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venerdì 18 maggio 2018

SOLO - A STAR WARS STORY (2018) DI RON HOWARD [NO SPOILER]


Dopo Rogue One – Star Wars Story, il primo spin-off della monumentale saga di Star Wars, arrivata oggi all’ottavo capitolo tra alti e bassi (dove gli alti sono i tre episodi della Trilogia originale, mentre i bassi sono gli altri tre della Trilogia Prequel, e in mezzo stanno i primi due episodi della Trilogia Disney, il settimo e l’ottavo, per l’appunto), eccoci arrivati al secondo film della saga degli spin off, sempre col marchio Disney impresso a fuoco, quello dedicato al personaggio più carismatico di tutti, o meglio tra i più carismatici di tutti, Han Solo.


Dopo uno sviluppo travagliato, a causa di disguidi relativi alla regia, originariamente affidata al duo formato da Phil Lord e Christopher Miller (alla fine accreditati solo come Produttori Esecutivi), sostituiti dopo poco tempo da Ron Howard per volere della Disney che non approvava modo di concepire il prodotto affidato loro (probabilmente, si dice, avevano dipinto in maniera troppo comica il personaggio principale. Ma La Disney aveva dato un’occhiata alla loro filmografia? Lego Movie, Piovono Polpette, 21 Jump Street...), finalmente Solo – A Star Wars Story ha visto la luce venendo presentato il 15 maggio 2018 nientemeno che durante la Kermesse cinematografica di Cannes, suscitando pareri abbastanza discordi tra i critici, i fan della saga e i semplici, per quanto informati, spettatori.


Ma andiamo per ordine.
Il plot è quanto di più semplice si potesse immaginare: si narrano le avventure, ambientate undici anni prima degli eventi narrati in Rogue One, e subito dopo quelli de La Vendetta dei Sith, che porteranno il diciottenne Han (Alden Ehrenreich) a conoscere Chewbacca (Jonas Suotamo) e Lando Calrissian (Donald Glover) e a pilotare il Millennium Falcon, la mitica nave intergalattica capace di percorrere in soli 12 (attenzione, non dite “in 14” altrimenti si indispettirà) Parsec la rotta di Kessel. Oltre i sopra elencati personaggi, vedremo anche il fuorilegge Tobias Beckett (Woody Harrelson), sua moglie Val (Tandie Newton), il primo amore di Solo, Qi’ra (Emilia Clarke), mentre il villain di turno sarà Dryden Vos (Paul Bettany), membro dell’Alba Cremisi, un sindacato criminale.


Il film inizia di corsa, senza una presentazione dei personaggi, o del personaggio principale. Nulla si sa sulle origini di Han, solo che è un ragazzino senza famiglia che vive truffando e derubando, e sogna di diventare un pilota. L’imberbe Ehrenreich ci prova ad essere un Han Solo credibile, ma manca di carisma, non si fa voler né bene né male, non entra nel cuore, non ha niente dell’Han Solo Harrisonfordiano, non ci somiglia nemmeno anatomicamente. E poi c’è Ki’ra, e anche lei esiste senza un passato, non sappiamo chi sia, da dove viene e che ruolo abbia, se non quello di rubare il cuore (AAAAWWWWW!!!) del giovane Han. Anche lei, oltre ad essere di bella presenza non regala nulla in più al film. Al contrario quello interpretato Woody Harrelson è un gran bel personaggio che ruba la scena un po’ a tutti ma, essendo un film dedicato ad Han Solo, la cosa stona un po’, non trovate?


Stesso discorso va fatto per il Lando Calrissian di Donald Glover, personaggio dalle potenzialità infinite, ridotto ad una sterile macchietta per non oscurare completamente l’inutile Ehrenreich, che dovrebbe primeggiare su tutti ma che il più delle volte si rivela più un futuro “Trinità” che l’abile contrabbandiere in grado di far innamorare la Principessa Leia.
La regia di Ron Howard risulta senza infamia e senza lode, tira dritto come la linea di un encefalogramma piatto e va dal punto A al punto B senza intoppi di sorta, ma non regala nessuno spunto interessante, nemmeno quando la sceneggiatura dei Kasdan si inventa dei telefonatissimi Plot Twist che fanno esclamare “Oh, quelle surprise!!!”. Inoltre nel film sono stati buttati dentro, come in un pentolone di zuppa sul fuoco, evidentissime scopiazzature citazioni di film cult del passato come Mad Max, Indiana Jones e non mancano ammiccamenti al genere western nelle scene dei duelli che vedono impegnato il giovane Han Solo, oltre alla scena della grande rapina al treno.


Tutto molto bello, ok, ma il film latita, non vi sono picchi emozionali che lo rendano indimenticabile, bensì tutto risulta fin troppo annacquato, trasparente, senza appeal. L’unica cosa difficile da mandare giù, e di questo sì, ce ne ricorderemo, è stata l’assoluta mancanza di un finale (ci sarà un sequel? Sì, no, forse, boh) e l’incomprensibile comparsa di un personaggio utile solo per far inumidire le parti basse dei fan della saga (compresi i libri e le serie animate) ma che alla maggior parte degli spettatori rende ancora più difficile la comprensione della storia che già prima non brillava di sicuro per scrittura e trasposizione su pellicola. Insomma, un grande “Meh” è quello che molti di noi hanno proferito borbottando all’uscita della sala, rispondendo alla domanda “Piaciuto?”. Probabilmente Solo – A Star Wars story è l’anello più debole di tutta la saga che è in procinto di sfornare il suo nono episodio e promette di continuare a “regalare” nuovi spin-off, a cominciare dall’annunciato film dedicato proprio a Lando Calrissian. La domanda è: ne varrà la pena?
Solo – A Star Wars story uscirà nelle sale italiane il 23 maggio 2018, distribuito da Walt Disney Studio Motion Pictures Italia.
Voto: 5.5
Luca Cardarelli








DOGMAN (2018) DI MATTEO GARRONE


Presentato in concorso al Festival di Cannes 2018 (e accolto in maniera molto positiva dalla critica) Dogman, il nuovo film diretto da Matteo Garrone (Gomorra, Reality e Il racconto dei Racconti), è tratto dai fatti risalenti al 1988 con al centro della scena il cosiddetto Canaro della Magliana, Pietro De Negri, nel film chiamato semplicemente Marcello, interpretato da Marcello Fonte, autore di efferati ed indicibili abusi e torture che portarono alla morte l’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci, nel film chiamato Simoncino ed interpretato da Edoardo Pesce.


Iniziamo subito con il sottolineare che gli eventi dai quali ha preso spunto Matteo Garrone, che già per loro natura sono stati ricostruiti più volte da medici legali e autorità partendo dalle confessioni di De Negri, sono molto controversi e, forse per questo, risultano molto alterati nel film. Ma quello che preme analizzare è il film in sé, sia dal punto di vista tecnico che da quello emozionale. Non penso di esagerare se affermo sin da subito che Dogman è un capolavoro e, se non lo fosse, gli andrebbe comunque molto vicino. Innanzitutto mi aspettavo una pellicola dai contenuti molto forti, essendomi documentato - molto sommariamente - sulle vicende del “Canaro” - sì insomma, su wikipedia e youtube - ed in un certo senso è stato proprio così. Ma Garrone per fortuna non è Von Trier (a proposito, trepidante attesa per il suo nuovo film, The house that Jack built, anch’esso presentato a Cannes in questi giorni), e riesce nella difficile, per molti altri registi impossibile, impresa di lavorarti ai fianchi per tutta la durata della pellicola, per poi finirti con un gancio potentissimo al mento nella parte finale, dove alla violenza psicologica dovuta alla sua regia sublime, si aggiunge anche quella fisica portata dal racconto della tragica vicenda.


Un film senza colonna sonora e con dialoghi molto asciutti, dove però a suonare sono le immagini che dipingono con tinte neorealiste l’angosciante periferia romana che fa da cornice alla storia. Marcello è fondamentalmente un uomo buono, non uno stinco di santo, sia chiaro (è comunque un pregiudicato per reati minori oltre che cocainomane), che prova ad andare avanti con la sua attività di toelettatore per cani, ma vive in uno stato di continua vessazione per colpa di Simoncino, che si atteggia a boss di quartiere ottenendo sempre quello che vuole con le buone e, molto più spesso, con le cattive.


La bravura di Garrone è stata nel far emergere pian piano il lato “animalesco” di Marcello, caratterizzandolo in maniera sopraffina quasi esclusivamente mediante l’utilizzo di primi e primissimi piani intensissimi. Il film che ne viene fuori, nonostante le ambientazioni angoscianti, protagonisti brutti, sporchi, cattivi e molto borderline, nonché un plot essenziale, ai limiti del minimalismo, è comunque capace di mettere in subbuglio l’anima dello spettatore che rimarrà impietrito davanti al finale, non tanto per la crudezza delle immagini comunque sempre nei limiti della sopportabilità, quanto per gli sguardi allucinanti e allucinati catturati dalla macchina da presa, unico grande mezzo di comunicazione nelle mani di un sapiente quanto geniale manovratore qual è Matteo Garrone.


Qui si parla, quasi senza ombra di dubbio (perché comunque ci sarà anche chi non apprezzerà, teniamolo in conto) di uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, se non il migliore, e non c’è Sorrentino che tenga.
Il film è in programmazione dal 17 maggio nei cinema italiani, distribuito da 01 Distribution in collaborazione con Rai Cinema.
Voto 9.5








giovedì 3 maggio 2018

GAME NIGHT – INDOVINA CHI MUORE STASERA? (2018) DI JOHN FRANCIS DALEY E JONATHAN M. GOLDSTEIN



In attesa del Festival di Cannes e dell’onda travolgente dei Blockbusteroni firmati Marvel – Studios/Disney (a partire da Avengers – Infinity War, passano per Solo – A Star Wars Story fino ad Ant-Man and The Wasp) porta un’autentica ventata di aria fresca Game Night – Indovina chi muore stasera? girato da John Francis Daley e Jonathan M. Goldstein, già co-sceneggiatori del ridereccio Come ammazzare il capo e vivere felici per la regia di Seth Gordon, nonché co-registi e co-sceneggiatori del demenzialissimo Come ti rovino le vacanze.


Al centro delle scene abbiamo Max (Jason Bateman) e Annie (Rachel McAdams), una felice coppia che si diletta ad organizzare Serate gioco (Game Night, per l’appunto) con altre coppie di amici. Quando però spunta fuori Brooks (Kyle Chandler), il fratello figo di Max, succede di tutto e di più, e la serata gioco, organizzata da Brooks stesso con il supporto di un’agenzia specializzata, prende una piega inaspettata mettendo in pericolo l’incolumità di tutti i partecipanti.


Game Night ha tutti i numeri per entrare a far parte dei cosiddetti Guilty Pleasure, in quanto rappresenta la tipica commedia demenziale americana che, però, il duo di registi, con l’aiuto decisivo di Mark Perez (Spider-Man: Homecoming, sceneggiatura), hanno arricchito con elementi action/thriller senza strafare e senza mai uscire eccessivamente dal seminato, dando vita ad un film audace, dai tempi comici quasi perfetti e abbastanza sorprendente per quel che riguarda il finale, per nulla scontato.


I colpi di scena si susseguono dall’inizio alla fine, risate e suspense si alternano equamente per tutta la durata del film che risulta anche pregevole dal punto di vista tecnico, e, ciliegina sulla torta, si contano un gran numero di citazioni e battute sul mondo del cinema che rendono ancora più piacevole e scorrevole la visione del film.
Si segnala, inoltre, la partecipazione di un Jesse Plemons letteralmente da applausi nel ruolo di Gary, il vicino di casa poliziotto un po’ psyco e puntualmente escluso dalle Game Night organizzate da Max ed Annie sin da quando venne lasciato dalla moglie e che fa di tutto per rientrare nel gruppo.


Game Night ha ricevuto critiche molto positive in patria e, a quanto pare, anche in Italia sta riscuotendo un discreto successo, considerando che è uscito una settimana dopo Avengers: Infinity War che ha sbancato letteralmente i botteghini a nemmeno una settimana dall'entrata in programmazione. Se avete voglia di staccare un po’ la spina, godervi un film leggero e divertente e avete voglia di ridere (io, personalmente, ho riso fino alle lacrime), questo è il film che fa per voi.
Game Night è presente nelle sale italiane da Martedì 1 maggio, distribuito da Warner Bros, che si ringrazia per le immagini del film e per il trailer che trovate in calce.
Voto: 8.
Luca Cardarelli


mercoledì 25 aprile 2018

AVENGERS: INFINITY WAR (2018) DI ANTHONY E JOE RUSSO [NO SPOILER]


Dopo dieci anni di film stand-alone sui vari super eroi, intervallati da altri corali proposti dai Marvel Studios sotto l’egida della Disney, ecco che siamo arrivati al rush finale della cosiddetta Fase 3 del Marvel Cinematic Universe che vedrà, nell’ordine, susseguirsi dopo il film di cui tra poche righe vi parlerò, Ant-Man and The Wasp, Captain Marvel e Avengers 4 (ancora non è dato saperne il titolo definitivo).


Dopo gli eventi narrati in Captain America – Civil War e Thor – Ragnarok, gli Avengers ufficialmente non esistono più, ma continuano ad essere “operativi” perché consapevoli che la minaccia portata da Thanos, in cerca delle sei Gemme dell’infinito grazie alle quali assumerebbe pieni poteri su tutto l’Universo, è sempre più vicina. E infatti, dopo brevi apparizioni negli episodi precedenti, soprattutto nelle scene post credit, ecco spuntare fuori questo gigante dalla pelle violacea con il suo bel guantone pronto ad accogliere tutte le Gemme ancora nascoste. Ed é subito guerra, morte, distruzione, ma anche l’occasione per riunire il gruppo originario degli Avengers con delle belle e succulente New Entry (Guardiani della Galassia e Black Panther, sopra tutti). Ci sono proprio tutti, ad eccezione di una o due figure le cui assenze, comunque, erano state ampiamente preannunciate.


Ci si aspettava molto da questo terzo capitolo dei Vendicatori Marvel, qualcuno pensava che ci si stesse aspettando anche troppo, ma al netto della visione del film, posso garantirvi che questo film dà, possibilmente, anche qualcosa di più rispetto a quanto previsto.
Io, personalmente, mi aspettavo di capirci poco e niente a causa dell’eccessivo numero di personaggi sulla scena. Invece devo ammettere che i Fratelli Russo hanno davvero fatto un super lavoro, non facendo assolutamente pesare questo dettaglio sul film che, inoltre, non presenta particolari falle a livello di sceneggiatura e non genera domande del tipo “Ma che fine ha fatto quello? Ma come mai succede questo?” e riesce a tenere un’andatura costante e un ritmo elevato per quasi tutta la sua durata, con picchi di epicità mai visti in un film Marvel, se non forse in Captain America: Winter Soldier e nel primo Avengers durante la Battaglia di New York. In particolare ciò che più mi ha colpito è l’atmosfera che si respira a pieni polmoni in questo film. Un’atmosfera cupa, drammatica, fatta di cieli plumbei e volti pieni di dolore e angoscia. Quasi una novità per l’Universo Cinematografico Marvel


Certo, le battutine e le gag sono presenti, ma non stonano mai e non risultano mai stucchevoli, e comunque hanno quasi tutte un retrogusto amaro, come se fossero marchiate dal senso di rassegnazione che appesantisce il cuore e l’anima di svariati personaggi che animano le scene.
Inoltre, altro elemento che evidenzia il cambio di passo rispetto ai precedenti capitoli del MCU, abbiamo finalmente un Villain che é un VERO Villain. Thanos é qualcosa di superbo, sia a livello visivo che per quanto riguarda l’approfondimento psicologico. Niente a che vedere con i “Cattivi” che lo hanno preceduto. Thanos è un cattivo veramente cattivo, ma la sua cattiveria è ampiamente spiegata, quasi giustificata dagli eventi. Thanos è il vero fiore all’occhiello di Infinity War.


Le domande che tutti si ponevano prima dell’uscita di questo epico Avengers Infinity War hanno tutte una risposta, e non mancheranno le sorprese. I momenti lacrimogeni e quelli da pelle d’oca sono sparsi in tutta la pellicola, ma non anticipo di più, perché non voglio rovinarvi l’esperienza di trovarvi di fronte a qualcosa di veramente potente, sia per gli occhi (Effetti speciali straordinari) che per le orecchie (colonna sonora curata da Alan Silvestri, magnifica, finalmente!), ma soprattutto per il cuore. Come al solito, non dovete assolutamente muovervi dalla poltrona durante i titoli di coda. 
Avengers: Infinity War è al cinema da oggi, distribuito da Disney, e non dovete perdervelo per nessun motivo al mondo. Consigliato in IMAX o in Sala Energia presso il Cinema Arcadia di Melzo (MI).
Voto: 9.
Luca Cardarelli


martedì 24 aprile 2018

LORO 1 (2018) DI PAOLO SORRENTINO


Dopo mesi di chiacchiere da bar sul “film di Sorrentino su Berlusconi”, finalmente abbiamo avuto l’opportunità di tastare con occhio questo LORO, sebbene il cineasta partenopeo, non si sa bene se consigliato da qualcuno o in maniera autonoma, abbia deciso di rilasciare la sua ultima opera divisa in due capitoli. Ma tralasciando le questioni secondarie, proviamo ad addentrarci in maniera più approfondita in quello che tutti pensavano fosse un Biopic in stile “Il Divo” sull’uomo italiano che più ha fatto parlare di sé negli ultimi trent’anni, e che invece, come Sorrentino stesso ci anticipa nelle sue note di regia, è solo un’opera di finzione, in costume, che narra di fatti verosimili o inventati, in Italia, tra il 2006 e il 2010. Affermazione che suona come una bella presa per il naso, se pensiamo che durante il film si odono per esteso, e assolutamente non bisbigliati, nomi e cognomi per nulla inventati, a partire dal protagonista Silvio Berlusconi, fino ad arrivare alla celeberrima Noemi Letizia, ovvero quella che lo chiamava “Papi”.


In soldoni, la trama ha come personaggio più in vista Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), che, al contrario del padre imprenditore, onestissimo, cerca di farsi largo, anche con l’aiuto della moglie Tamara (Euridice Axen), che si "lavora" un ministro, Santino Recchia, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, nel mondo che conta corrompendo persone di potere con cocaina e donne di facili costumi, con l’obiettivo di arrivare a “Lui” (“ma Lui chi?” “Eh, LUI, LUI!!!”). L’occasione si presenta quando entra in contatto con Kira (Kasia Smutniak) un’altra figura che ha fatto del “self made myself” il suo marchio di fabbrica, la quale lo aiuta ad organizzare un megaparty in una villa in Costa Smeralda, proprio di fronte a quella in cui passa le sue vacanze Lui (Ma LUI LUI? Sì, proprio LUI).


Sorrentino la prende molto alla larga: di Berlusconi, almeno nella prima parte, non vi è traccia se non nell’ultima mezz’ora (ma ricordiamolo, questa è solo la prima parte e chi scrive è convinto che il film andrebbe visto per intero per esprimere un giudizio più approfondito) e, come nella realtà, ruba la scena a tutti. A dire la verità la sua presenza si avverte anche nella prima ora: a parte i dialoghi in cui si fa riferimento a LUI, le atmosfere, i personaggi, le storie di questi rimandano tutti, inevitabilmente, alla figura del magnate brianzolo, imprenditore edile prima, e padrone di televisioni e squadre di calcio poi, fino a diventare il centro umano della politica italiana. Potremmo definirlo, per come lo descrive Sorrentino e, forse, anche per come stanno realmente le cose qui in Italia, colui intorno al quale ruota tutto, come un centro di gravità per la vita sociale e politica del nostro martoriato paese.


Riassumendo, prendete “Loro” come un “Bastardi senza gloria” in salsa tricolore. Sorrentino rappresenta Berlusconi e chi gli girava e gli gira tuttora attorno come Tarantino rappresentò Hitler e la sua cricca, ovviamente tenendo conto dei rispettivi stili autoriali, completamente diversi tra loro.
Se vi aspettate un “Divo 2” siete completamente fuori strada. Bisogna tener conto che, tuttavia, la seconda parte del film potrebbe demolire o, al contrario, rafforzare questa tesi e quella secondo la quale il film debba essere preso come un’opera di fantasia nella quale ogni riferimento a fatti realmente accaduti e a persone realmente esistenti è puramente casuale (così è scritto sulla schermata iniziale, seguita dal primo piano di una pecora... ma questa è un’altra storia).


Nonostante tutto, soprattutto sorvolando sul “brianzoletano”, ovvero la lingua che parla Toni Servillo interpretando Berlusconi, Sorrentino, quantomeno con questa prima parte, ha messo su un film divertente ma anche molto riflessivo su quello che è la società politica e mondana (e talvolta queste coincidono) del paese. Quindi ci sentiamo di promuoverlo, con riserva dovuta all’arrivo della seconda parte nelle prossime settimane. 
Loro 1 sarà nelle sale da oggi, 24 aprile, distribuito da Universal.
Voto: 7 (?)
Luca Cardarelli


giovedì 12 aprile 2018

RAMPAGE - FURIA ANIMALE (2018) DI BRAD PEYTON


“Monster Movies, Monster Movies dappertutto!” verrebbe da esclamare. In effetti, per quanto riguarda il cinema di puro intrattenimento, questo genere di film sta tornando fortemente alla ribalta ed è possibile anche ipotizzare che scalzerà dal gradino più alto del podio dei box office i cinecomics che al momento la fanno da padrone tra i blockbuster.
Dopo i vari Godzilla, Pacific Rim, Kong - Skull Island ecco che arriva Rampage – Furia animale, tratto dall’omonimo videogioco e diretto da quel Brad Peyton che tutti ricordiamo per San Andreas, un Apocalyptic Movie in cui dominavano i “Maccosa???” per le insensate quanto audaci azioni intraprese dal magnifico due Dwayne johnson e Alexandra D’Addario e, nello stesso momento i “Wow!!!” per le scene catastrofiche di Tsunami e crolli di grattacieli veramente ben curate e di forte impatto su folte schiere di spettatori mangia popcorn (di cui chi scrive fa orgogliosamente parte).


Insieme al sopracitato Peyton troviamo quello che potremmo definire il suo attore feticcio, ovvero Dwayne Johnson, per gli amici The Rock, che interpreta Davis Okoye, primatologo che ha stretto con George, un gorilla albino superintelligente, un rapporto fraterno, tanto da comunicare con lui attraverso il linguaggio dei segni. Ma dopo essere entrato in contatto con una sostanza frutto di un esperimento di editing genetico, precipitata sulla Terra da un modulo spaziale esploso in orbita, George inizia a crescere a dismisura e diventa sempre più aggressivo. Insieme al Gorilla, a minacciare l’umanità troveremo anche un lupo ed un coccodrillo, entrati in contatto anch’essi con la stessa sostanza. Davis dovrà, con l’aiuto di Kate Caldwell (Naomie Harris), ingegnere genetico che lavorava per la multinazionale che ha finanziato gli esperimenti, trovare l’antidoto per riportare George al suo stato normale e combattere con ogni mezzo le altre due mostruose bestie.


In Rampage – Furia animale c’è un po’ di tutto: azione (a pacchi), siparietti comici (alcuni al limite dell’esilarante), scene apocalittiche ed ecologismo (forse qui potevano fare qualcosa di più, o forse anche meno, trattandosi di un film in cui ad un certo punto un gorilla gigante riempie di mazzate un lupo volante). Prima della visione del film ci si aspettava il peggio, ma sopravviveva in noi la speranza che qualcosa di buono potesse finalmente venir fuori da quella polveriera cinematografica chiamata Warner Bros. Ora che il film è stato visto, possiamo benissimo affermare che sì, qualcosa di buono ne è uscito. Dal punto di vista tecnico-grafico non vi sono appunti da fare, anzi, rispetto altri film con budget ben al di sopra di quello a disposizione di Peyton, ad esempio Justice League (per rimanere in casa Warner) o Pacific Rim – la Rivolta (bussando ai vicini di casa della Universal), Rampage è sicuramente superiore, in quanto non si ha mai la sensazione di “posticcio” che si aveva, invece, numerose volte durante la visione degli altri due film (in particolare Justice League, rivisto in bluray, è qualcosa di agghiacciante, soprattutto per quanto riguarda i green screen presenti). Inoltre non vi sono enormi falle nella sceneggiatura, se non una che riguarda i due stagisti al seguito di Davis Okoye che ad un certo punto spariranno dalle scene senza spiegazioni e non faranno più ritorno ma, tutto sommato, non è che avessero un ruolo così fondamentale nel film.


Forse, se proprio vogliamo essere pignoli, vi è una parte centrale del film alquanto statica, per non dire noiosetta, ma il film si riprende alla grande nella parte finale, in particolare nella mezz’ora che precedono i titoli di coda, durante la quale assistiamo a una lotta uomo vs bestia e poi bestia vs bestie senza esclusioni di colpi, talmente adrenaliniche da strappare anche qualche applauso dovuto alla trance agonistica del momento (non si fanno nomi di chi ha applaudito veramente in sala durante la proiezione).


Nel cast, oltre ai citati Dwayne Johnson e Naomie Harris, spiccano i nomi di Jeffrey Dean Morgan (che fu, nell’ordine, il Comico di Watchmen, Negan in The Walking Dead e Thomas Wayne in Batman V Superman – Dawn of justice), Joe Manganiello (il futuro Deathstroke, presentato in una delle scene post-credit di Justice League),


Malin Åkerman (anch’ella presente in Wachmen, nei panni di Spettro di Seta II) e il simpatico P.J. Byrne che, in The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese, interpretava Nicky “Tappetino” Koskoff. Insomma un cast di tutto rispetto per un film che, al contrario di molti altri suoi “omologhi”, mantiene tutte le promesse fatte in fase di promozione. Sicuramente stiamo parlando del miglior film tratto da un videogioco visto finora (non che fosse un’impresa ardua, data la pochezza dei precedenti).
Rampage – Furia animale sarà nelle sale italiane a partire dal 12 aprile 2018, distribuito da Warner Bros, e il mio consiglio è, se amate i monster movies, ma quelli belli, di non farvelo scappare.
Voto 8,5.
Luca Cardarelli


martedì 3 aprile 2018

NELLA TANA DEI LUPI (2018) DI CHRISTIAN GUDEGAST


Di film che, come Nella tana dei lupi, trattano di grandi rapine e lotte tra banditi e tutori della legge, spesso molto simili tra loro sia per aspetto fisico che per modo di pensare, il cinema di Hollywood è pieno sin dai tempi de La grande rapina al treno (1903), ovvero il primo film d’azione made in USA. Laddove una volta era tutta campagna, ora c’è una giungla d’asfalto e cemento che risponde al nome di Los Angeles e al posto dei CowBoy che inseguono gli indiani, ci sono i poliziotti che inseguono malviventi di ogni genere, anche se la categoria prevalente è quella dei rapinatori di banche, essendo L.A. la città americana che registra il più alto numero di rapine (si parla di qualcosa come 44 alla settimana).

Christian Gudegast, al suo esordio, parte con un bel piano sequenza panoramico che dal cielo arriva fino al livello strada del distretto finanziario di Los Angeles per introdurci a quella che è una storia che nasce in realtà nei sobborghi a sud della city californiana, dove la gang comandata da Ray Merrimen (Pablo Schreiber) ed Enson Levoux (Curtis Jackson AKA 50 Cent) sta per provare a mettere a segno il colpo della vita: rapinare la sede losangelina della Federal Reserve.  A dar loro la caccia si mette l’agente della Major Crimes Nick O’Brien, detto anche Big Nick (Gerard Butler) che si distingue dai “cattivi” solo per il possesso del distintivo, ma  quanto a comportamento e linguaggio scurrile non scherza per niente nemmeno lui. Big Nick riesce ad intercettare l’autista della Gang, Donnie Wilson (O’Shea Jackson JR), sfruttandolo come informatore e anticipare così le mosse di Merrimen e soci.


Già vedendo il trailer si può immaginare che tipo di film sia Nella tana dei lupi: un film fatto di dialoghi sopra le righe, scazzottate, sparatorie, esplosioni, inseguimenti. E infatti, sebbene sia sempre meglio non fermarsi al trailer per giudicare un film, il canovaccio è esattamente questo. Centoquaranta minuti dei quali almeno cento costituiscono la preparazione al colpo e le relative contromisure adottate dalla polizia (con delle discutibili parentesi sulle vite private dei protagonisti, Big Nick in primis) e i restanti costituiti dal colpo e inseguimento con sparatoria, somigliante più che altro ad un’azione militare durante la guerra nel golfo per l’ingente quantità di armi e munizioni utilizzate. Nel mezzo citazioni ed omaggi (non si sa quanto volontari, e allora chiamiamoli anche scimmiottamenti) a svariati film ben saldi nella memoria degli appassionati del genere come “Bad Boys”, “Training Day”, spingendoci anche fino ad Ocean’s Eleven, e altri ancora.


Non anticipiamo niente del finale per non spoilerare, ma arrivare alla fine di Nella Tana dei lupi è stato davvero faticoso, sia a causa dell’eccessivo minutaggio, sia perché la sceneggiatura e lo sviluppo dell’azione non aggiungono niente che non sia stato già visto in precedenza, colpi di scena compresi, risultando eccessivamente macchinosi e prevedibili. In sostanza, questo è un film che non lascia molto dopo la sua visione, se non la sensazione che sarebbe stato meglio se fosse durato almeno un’ora di meno.
Nella tana dei lupi sarà in programmazione nei cinema italiani dal 5 aprile 2018, distribuito da Universal Pictures e Lucky Red.
Voto: 6-
Luca Cardarelli