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mercoledì 10 giugno 2015

JURASSIC WORLD DI COLIN TREVORROW (NO SPOILER)


Finalmente è arrivato il tanto atteso quarto capitolo della saga Giurassica che tanto abbiamo amato negli anni 90: Jurassic World, non un sequel, non un remake, non un reboot, più che altro un omaggio, un tributo alla trilogia (se proprio vogliamo infilarci anche il terzo capitolo) che vede protagonisti Velociraptor, Tirannosaurus Rex, il Mosasauro e, in questo episodio, l'inedito Indominus Rex, un dinosauro creato in laboratorio (come gli altri) mischiando diverse razze di cui però il Dr. Wu (BD Wong), l'orientale genetista conosciuto in Jurassic Park, non svela la natura. Sappiamo solo che è PIU' GRANDE, PIU' RUMOROSO E CON PIU' DENTI, il tutto fortemente voluto dal magnate indiano Simon Masrani (Irrfan Khan), il nuovo proprietario del Parco, affamato di soldi e notorietà.

Più o meno la struttura narrativa di Jurassic World ricalca quella del primo Jurassic Park. Infatti vediamo come due fratelli, Zach (Nick Robinson) e Gray (Ty Simpkins) vengano mandati in vacanza per una settimana sull'Isola Nublar dove la zia Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) lavora come responsabile del Parco Divertimenti a tema Jurassic World, nato dalle ceneri del Jurassic Park andato distrutto 20 anni prima. Insieme al "Domatore di Raptor" Owen Grady (Chris Pratt) e il suo aiutante Barry (Omar SY), Claire, Zach e Gray, vivranno un'avventura tra la vita e la morte a causa dell'incontrollabile ferocia che l'Indominus Rex sprigionerà sommata all'estrema intelligenza di cui è dotato, all'insaputa di tutti. Non mancherà anche la figura umana negativa, il cattivo, incarnato per l'occasione da Vic Hoskins (il fu "Soldato Palla di Lardo" Vincent D'Onofrio) a far compagnia al su citato Masrani.


Con la trama è meglio fermarsi qui, per non rovinare ai futuri spettatori le (tante) sorprese celate in questo gigante Uovo di Pasqua che è Jurassic World, ma vi assicuriamo che il piatto che vi verrà servito sarà strapieno di deliziosi manicaretti firmati Colin Trevorrow, ma sospettiamo che ci sia più di una mano nascosta del caro vecchio Zio Steven Spielberg che, ricordiamolo, di tutto questo baraccone delle meraviglie, è il Produttore Esecutivo.


Emozionalmente parlando possiamo sicuramente affermare che Jurassic World sia un capolavoro: bastano i Dinosauri a rendere affascinante tutta la confezione, ma come se non bastasse, disseminate e leggermente nascoste nel film vi sono continue citazioni (anche di altri film) e rimandi all'episodio principe della saga, ovvero il primo. Lasciamo a voi, cari e famelici spettatori con la bava alla bocca, il gusto di scovarle e scommettiamo che la vostra reazione sarà identica alla nostra (non è  plurale majestatis, ma scrivo anche a nome delle centinaia di persone che hanno assistito con me alla proiezione in anteprima e che sono rimaste, come me, estasiate da quanto visto). Continui "OOOH" di meraviglia e commozione accompagnavano le scene topiche del film, fino ad autentiche incitazioni verso i protagonisti nelle scene più movimentate.


Due ore, quelle di Jurassic World, durante le quali gli occhi non si sono staccati un attimo dallo schermo, così come il corpo dalla poltrona. Un film adrenalinico, con picchi altissimi di tensione (gli stessi che avevano caratterizzato anche i suoi primi due antenati, Jurassic Park e The Lost World - Jurassic Park), mista all'Humor e al buonismo (leggetelo positivamente) tipici dello Spielbergismo più accanito (e ci piace ciò) con protagonisti in cui molto facilmente si arriva ad immedesimarsi ed affezionarsi sin dalla prima scena nella quale compaiono, effetti speciali VERAMENTE ottimi (una CGI incredibilmente realistica, a tal punto da credere che i dinosauri fossero in carne ed ossa). E poi quel tema musicale firmato JOHN WILLIAMS che non ha smesso mai, nemmeno per un secondo, di farci venire la pelle d'oca. Infine il cast è sembrato molto ben assemblato e Chris Pratt è stata sicuramente la scelta migliore che potessero fare per l'assegnazione del personaggio principale (sull'onda del successo riscosso nei panni di Star Lord ne "I Guardiani della Galassia", ampiamente richiamato in alcune scene di Jurassic World).


I timori che questo fosse il film che, dopo il tremendo Jurassic Park III, avrebbe affossato definitivamente la saga sono completamente svaniti dopo i primi 5 minuti di proiezione. Dopo di che sono state solo emozioni.
Ovviamente chi andrà a vedere questo film, deve anche mettere in preventivo che vedrà un numero indefinito di imprecisioni dal punto di vista sia scientifico che da quello di una visione "realistica" dei fatti narrati. Dopo tutto se la chiamano FANTAscienza, un motivo ci sarà.
Unica nota negativa, il 3D è alquanto inutile (come di consueto), quindi prediligete proiezioni 2D se volete godervi appieno le emozioni del fantastico spettacolo di JURASSIC WORLD! Il Parco sta per aprire!!! BUON DIVERTIMENTO!!!
Nelle sale dall'11 giugno 2015.
Voto: 10/10.
Luca Cardarelli








mercoledì 3 giugno 2015

SAN ANDREAS DI BRAD PEYTON (Spoiler alert)


C'erano una volta Roland Emmerich e Michael Bay che, con i loro film catastrofici, ci facevano passare allegramente due ore incollati sulla poltrona del cinema e, una volta giunti ai titoli di coda, ci strappavano persino degli appalusi per come avevano deciso di mettere in ginocchio l'umanità e per poi farla risollevare. Patriottismo a gogo, gli USA vincono, i cattivi (siano essi alieni, terremoti, glaciazioni o asteroidi) perdono e vissero tutti felici e contenti.
Oggi invece abbiamo Brad Peyton che se ne viene fuori con il suo San Andreas (alzi la mano chi, all'annuncio dell'imminente uscita di questo film, non ha pensato ad una trasposizione cinematografica dell'omonimo videogioco della collana Grand Theft Auto). Trailer fantasmagorici ci annunciavano chissà quale film (per altro, prodotto non dalla Asylum, ma dalla Warner Bros) innovativo e clamoroso... E invece...


In "San Andreas" vediamo la California colpita e distrutta da ciò che gli americani temono di più: The Big One, ovvero il terremoto definitivo che farà separare le due placche geologiche a ridosso della ormai famigerata Faglia di San Andreas (appunto).  La storia prende in esame la famiglia Gaines, in cui Ray (The Rock), un soccorritore aereo, ed Emma (Carla Gugino) sono separati e  sull'orlo del divorzio, e la figlia di questi, Blake (Alexandra Daddario) vive con la madre e il nuovo fidanzato Daniel Riddik (Ioan Gruffudd), proprietario di una grande azienda che sta costruendo il più imponente grattacielo di San Francisco. E poi abbiamo il sismologo Lawrence Hayes (Paul Giamatti) che prevede il movimento della Faglia che causerà il più grande terremoto della storia.


Scrivere di un film come "San Andreas" senza demolirlo è un'impresa ardua. Ardua perchè un film del genere ce lo saremmo aspettati dalla The Asylum, non certo dalla Warner Bros. A dispetto delle apparenze, gli effetti speciali sono l'unica cosa che si salva del film (abbiamo ancora negli occhi la scena a tutto schermo in cui vediamo letteralmente affondare intere città). Per il resto San Andreas è connotato dalla totale assenza di un filo logico tra azioni e reazioni in funzione del rapporto causa/effetto e anche per quanto riguarda i dialoghi siamo a livello di comicità involontaria tanto da farlo sembrare una parodia di se stesso. Potremmo pure lasciar correre sulle incongruenze tecnico-scientifiche che affollano la pellicola per tutti i suoi 114 minuti di durata (se lo avevamo fatto per Independence Day e Armageddon, lo dobbiamo fare a maggior ragione anche per San Andreas), su tutti The Rock e la Gugino che, con un gommone di 3 metri scalano, dribblando dei cassoni in caduta libera da una nave cargo nelle vicinanze, uno tsunami di almeno 200 metri senza nemmeno rischiare di ribaltarsi (e invece la nave cargo si ribalta come niente fosse) e rimanendo saldamente e senza sforzo alcuno ai loro posti nonostante il motoscafo si trovi praticamente in posizione verticale durante la salita.


Potremmo pure lasciar correre sul fatto che The Rock non si faccia nemmeno un graffietto dopo tutte le peripezie che lo vedono protagonista e la Gugino rimanga impeccabilmente truccata e pettinata pure dopo un lancio col paracadute. Potremmo pure lasciar correre sul fatto che la Daddario e i suoi due nuovi amici che l'hanno salvata da morte certa si riparino dallo stesso tsunami mettendosi dietro una colonna del grattacielo in cui si trovano e, non solo si salvano, ma rimangono pure nello stesso perimetro manco fossero ancorati a quella colonna col cemento armato, e il grattacielo (ancora in costruzione) rimane pure in piedi.


Immancabile lo sventolio fiero e superbo della bandiera Stars and Stripes alla fine del film (se no che film catastrofico sarebbe???).
Quello che non si capisce è perchè alla fine di tutto Paul Giamatti venga elevato ad eroe, dopo che se ne è stato per tutto il tempo in uno stanzino a vantarsi di aver previsto tutto con due stagisti presi a caso da un'aula universitaria e una giornalista vestita di tutto punto con tanto di tacco 12 in bella vista in ogni inquadratura ad ascoltarlo inebetiti.


Ah, c'è pure Kylie Minogue, che fa la sorella di Daniel Riddik: hanno speso più per truccarla che per produrre i due minuti di film con lei dentro.
Questo film è un prodigioso non sense, divertente quanto volete, ma da un budget di circa 100 milioni di dollari, forse, ci saremmo aspettati qualcosina di più. Non che ci si fosse recati al cinema con l'idea di vedere un film scritto da Kubrick e diretto da Spielberg (o viceversa, fate voi), ma almeno che seguisse un filo logico, quello lo potevamo pretendere. Sebbene vi siano tutte queste negatività, il film farà soldi a palate e si può quindi benissimo dire che siamo già in zona Cult Trash al pari di Sharknado.
Voto 7,5/10 (per gli effetti speciali, ma anche per le risate provocate dall'infinita sequenza di non sense che caratterizza la pellicola).
E vissero tutti "Scossi ma felici". Sì, lo dicono davvero.



martedì 2 giugno 2015

FURY DI DAVID AYER


Germania, 1945. La Guerra è ormai finita. L'Esercito Tedesco batte in ritirata. Gli alleati si dirigono a Berlino per liberarla. Il Sergente Don Collier, chiamato Wardaddy (Brad Pitt), si ritrova, dopo una battaglia costata molte perdite, a capo di una squadra di soli 4 soldati (Boyd Swan/Shia LeBoeuf, Norman Ellison/Logan Lerman, Trini Garcia/Michael Pena e Grady Travis/Jon Bernthal), che deve portare a bordo del Tank Fury in un punto stabilito dal Comando, per poter essere tratto in salvo dai rinforzi in arrivo. Si imbatteranno in una frangia nazista in ripiego formata da circa 300 unità, armate fino ai denti.
Era da tempo "Hollywood" non sfornava un film di guerra "Vecchio Stile", per intenderci alla "Salvate il Soldato Ryan" di Spielberg, o "La Sottile Linea Rossa" di Malick. Di certo non ci si aspettava che a farci rivivere questo tuffo nella seconda guerra mondiale fosse un regista come David Ayer, molto più avvezzo a film d'azione (sceneggiatura di Fast and Furious e Training Day, tra le altre) e ora impegnato nella stesura dello script di "Suicide Squad" della Dc Comics.
In "Fury" "azione" e "dialogo" si alternano quasi regolarmente come nel movimento di un metronomo, ma ciò che rimane sempre sotto gli occhi di tutti è il massiccio Tank che dà il nome al film, nel quale i sei protagonisti agiscono come fossero un uomo solo. Fury deve portare in salvo la squadra e la squadra deve portare in salvo Fury. In questo gioco di ruolo vediamo caratterizzati i cinque personaggi: abbiamo il novellino spaesato Norman, unitosi all'esercito da appena due mesi, che, preso sotto l'ala protettiva del Sergente Collier (da qui "Wardaddy") riuscirà a farsi rispettare anche dagli altri compagni di brigata.


Il Sergente Collier è una figura molto assimilabile con il Tenente Aldo Raine di "Inglourious Basterds", primo perchè Brad Pitt ha interpretato entrambi, secondo perchè molti dei discorsi che abbiamo sentito nel film di Tarantino, li sentiamo anche in "Fury".
Poi abbiamo il tamarro messicano Garcia, che affoga i suoi problemi nell'alcol. Boyd, l'artigliere, è un killer spietato ma allo stesso tempo un fedelissimo Cristiano, tanto da essere soprannominato "Bibbia" e considerato la guida spirituale del gruppo. E infine abbiamo il "ragazzo di strada", Grady, legato a doppio filo con Boyd per via della sua mansione di "caricatore". Grady sarà quello che prenderà più di mira, come d'uopo per i bulli, il giovane e disorientato Norman.
Da quello che si può intuire, dunque, per quanto riguarda i personaggi e la loro caratterizzazione, non c'è niente di nuovo, anzi, ci spingeremmo a dire quasi che sono un "già visto" che sa di "stereotipato". Ma il bello del film sta nelle scene di battaglia, anche se forse i laser verdi e blu che si incrociano ricordando un po' Star Wars sono un po' esagerati, anche se un fondo di verità c'è (ogni 5 colpi ve n'era uno colorato, detto "tracciante" per capire dove andassero a finire i proiettili).


La forza di "Fury" sta nell'accuratezza della raffigurazione scenica del rapporto che i militari hanno l'un l'altro a formare una squadra unitissima, e il rapporto tra i militari e il loro "braccio armato", ovvero il Tank Fury. Molto avvincente la battaglia finale in cui i 5, all'interno del loro Carro Armato reso "invalido" da una granata anticarro che ne ha distrutto un cingolo, si trovano a fronteggiare 300 e passa nazisti. E di questo va dato merito ad Ayer che ha davvero fatto un ottimo lavoro dal punto di vista della tensione emotiva e dell'azione. Fury non è sicuramente "il miglior film di guerra degli ultimi 30 anni" come urlavano i trailer prima della sua uscita, ma sicuramente è un buon War Movie che, prendendo spunto qua e là all'interno della filmografia di guerra hollywodiana, merita ampiamente di essere visto.
Nelle sale dal 2 giugno.
Voto 8/10
Luca Cardarelli.