Visualizzazioni totali

mercoledì 30 dicembre 2015

STAR WARS - EPISODE VII - THE FORCE AWAKENS DI J.J. ABRAMS



Con un grande ritardo, non dipendente dalla mia volontà, sono riuscito anch'io a vedere l'ultimo attesissimo episodio della saga di Star Wars, risorta dopo che gli Episodi I, II e III rispettivamente uccisero, gettarono in una fossa e seppellirono quel capolavoro che fu la Trilogia Classica, ovvero gli Episodi IV, V e VI. Ma non facciamo inutili, sterili, nonché noiose polemiche e andiamo ad analizzare questo settimo episodio, primo di una nuova trilogia, commissionato dalla Disney ad un sempre più ammiccante e sorridente J. J. Abrams.


Luke Skywalker, dopo la battaglia di Endor, è sparito. Lo cercano il PRIMO ORDINE, nato dalle ceneri dell'IMPERO, e la Resistenza, una forza militare agli ordini del Generale Leia  Organa/Carrie Fisher e sostenuta dalla REPUBBLICA. Poe Dameron, il miglior pilota della RESISTENZA, viene mandato sul Pianeta JAKKU per recuperare dalle mani dell'anziano Lor San Tekka/Max Von Sydow una mappa che illustra il cammino per raggiungere Luke nella sua ignota nuova residenza. Anche il malvagio e misterioso Kylo Ren/Adam Driver vuole mettere le mani sulla mappa e atterra con gli Stormtrooper su Jakku, cattura Poe (che però nasconde la mappa nel Droide BB8), e, dopo aver decapitato Tekka, stermina tutti gli abitanti del villaggio.


Lo Stormtrooper FN2187, inorridendo davanti a tanta violenza, decide di ribellarsi agli ordini del suo capo e di aiutare a fuggire Poe, diventando in breve un suo affezionato compagno di avventura. Dopo aver rubato un caccia TIE, i due fuggono dalla Nuova Morte Nera, che ora si chiama STARKILLER, ma vengono abbattuti durante la fuga e riprecipitano su Jakku. FN2187, che nel frattempo era stato ribattezzato FINN da Poe, avendo perso di vista il suo compagno, abbandona il relitto della navicella e attraversa il deserto in cerca d'acqua, giungendo al villaggio dove vive Rey/Daisy Ridley, una giovane mercante di rottami in cerca dei suoi genitori, che intanto aveva trovato e adottato il simpatico Droide BB8. Il Primo Ordine li intercetta e tenta di catturarli, ma i 3 si salvano fuggendo a bordo di una nave abbandonata, il Millennium Falcon. Salvatisi, vengono intercettati anche da Han Solo e Chewbecca i quali non credono ai loro occhi quando rivedono il Millennium Falcon funzionante e decidono di aiutarli. Inizia così l'avventura che porterà Finn, Rey, Han, Chube e, in seguito, Leia e la Resistenza in primis a combattere Kylo Ren e il temuto Primo Ordine che minacciano la galassia e poi a cercare di rintracciare l'introvabile Jedi Luke Skywalker.


Dunque assistiamo ad un nuovo, epico inizio. I vecchi personaggi come Han Solo, Leia Organa e Chewbecca incontrano i nuovi protagonisti Poe, Rey e Finn e combattono fianco a fianco contro il nuovo cattivone Kylo Ren, che J.J. Abrams non ci descrive ancora a fondo, lasciandoci intuire quello che potrebbe essere, ma anche quello che potrebbe non essere. Ci tiene in sospeso sulla sua figura, e ciò lo rende oltremodo affascinante, anche più di Darth Vader. Ma in fondo un po' tutti i personaggi introdotti in Episodio VII sono ancora da scoprire: Poe, Rey e Finn. Attendiamo dunque il prosieguo della Saga per chiarirci le idee.


Domanda: ci è piaciuto The Force Awakens? Risposta: sì, e anche tanto, anzi TANTISSIMO!!!
Domanda: ci aspettavamo The Force Awakens così come ce l'ha imbandito il caro J.J.? No. Nel senso che non sapevamo cosa aspettarci esattamente. Avremmo solo scommesso tutti i nostri averi che ci saremmo divertiti molto e che Abrams avrebbe sicuramente fatto un ottimo lavoro. E infatti è stato così. Detto ciò,  Episodio VII potrebbe benissimo essere rinominato Episodio IV-bis, e per molti questo é un difetto.


E invece per noi non lo é affatto!!! The Force Awakens è un meraviglioso, sensazionale, fantastico (e necessario) omaggio a "Una nuova Speranza", dal quale J.J. Abrams parte per creare nuove avventure introducendo nuovi personaggi (Poe, Rey, Finn e Kylo Ren) che, sebbene siano molto simili a quelli della Trilogia Classica (Han Solo, Luke, Darth Vader), non sfigurano per niente al confronto e riescono subito a fare centro nell'anima e nel cuore sia degli affezionati fan della saga che dei neofiti. The Force Awakens sono Due ore e venti di adrenalina pura, di inseguimenti e combattimenti aerei, spade laser e siparietti divertenti.


Insomma, come si dice, squadra che vince non si cambia, e Abrams è stato bravissimo a non "sputtanare" tutto rimanendo dentro gli schemi narrativi ben tracciati, badate, non da Lucas, ma dall'epica classica. In fondo anche il più grande Poema epico di tutti i tempi, l'Iliade, aveva le medesime impostazioni narrative, e ci pare che sia stato abbastanza apprezzato.
Lasciate da parte ogni pregiudizio sulla commercialità del prodotto "Star Wars" (Merchandising pesante, pubblicità, ecc) e correte a vedere questo Episodio VII o, se l'avete già visto, correte a rivederlo perché Star Wars é pura emozione, puro divertimento. Star Wars - The Force Awakens é Puro Cinema.
Voto: 10/10.
Luca Cardarelli


martedì 29 dicembre 2015

ASSOLO DI LAURA MORANTE


Ultima recensione in anteprima del 2015, anno ricchissimo di soddisfazioni dal punto di vista strettamente cinematografico.
Terminiamo l'anno con un film italiano, di una regista quasi esordiente (prima di questo aveva all'attivo un solo film, dal titolo "Ciliegine"), ovvero Laura Morante, attrice italiana di affermata ed apprezzata esperienza in campo cinematografico e teatrale.
Con "Assolo" la Morante ci parla in prima persona di Flavia, suo alter ego: una donna che viene da due matrimoni falliti con due uomini (Gerardo/Francesco Pannofino e Willi/Gigio Alberti)  che frequenta ancora (insieme alle loro rispettive nuove compagne, Giusi/Emanuela Grimalda e Ilaria/Carolina Crescentini) formando una sorta di famiglia allargata, madre di due figli (uno per marito, rispettivamente Nicola/Giovanni Anzaldo e Stefano/Filippo Tirabassi) e in terapia da una Psicanalista (Dott.ssa Grunewald/Piera Degli Esposti). Flavia è una donna estremamente stressata, confusa e insicura, con un grado di autostima pari allo zero. Viene sopraffatta da tutto e da tutti ed è affetta da quella che tutti riconoscono come crisi di mezza età.  Flavia vuole rifarsi una vita, ma la strada che porta alla felicità è piena di insidie e curve pericolose.


Assolo è il classico film imbocca 100 strade e non va da nessuna parte. Tutto il film è una lunga sessione di psicanalisi in cui la Morante racconta le sue disavventure, soprattutto in campo sentimentale/erotico, che rende il tutto qualcosa di molto simile ad uno dei film di Carlo Verdone, di cui la Morante può essere benissimo considerata una gemella separata alla nascita (tant'è che recitarono anche insieme ne "L'amore è eterno finché dura"). Tutto già visto, già sentito, già vissuto. I Tempi dilatatissimi, nonostante si tratti in fin dei conti di una commedia, rendono i 97 minuti di durata molto simili ad un lasso di tempo che va dalle 3 alle 4 ore. Risultano tuttavia divertenti i momenti nei quali la Morante duetta con caratteristi come Angela Finocchiaro, Antonello Fassari e Marco Giallini (e anche con una cagnolina molto simpatica), ma è una magra consolazione che non salva un film che viaggia stabilmente sui binari dell'anonimato.


Infine la scontatezza della sceneggiatura (con un finale veramente già visto milioni di volte) rende "Assolo" un film assolutamente dimenticabile ma, nonostante tutto, non ci sentiamo di bocciare in pieno la Morante regista e le auguriamo di riscattarsi al più presto, magari scegliendo temi un po' meno inflazionati di quelli scelti per questo film.
Assolo uscirà il 5 gennaio 2016.
Voto: 4,5/10.
Luca Cardarelli.


venerdì 25 dicembre 2015

IL PONTE DELLE SPIE DI STEVEN SPIELBERG



Nella settimana prenatalizia c'era solo l'imbarazzo della scelta per quanto riguarda i film da andare a vedere al cinema. Abbiamo dovuto quindi fare delle scelte e l'indice della mano è caduto sull'ultimo Spielberg, uscito un po' in sordina tra gli strombazzatissimi Star Wars - Il risveglio della Forza e Irrational Man di Woody Allen (film, questi due, che recupererò quanto prima, soprattutto il primo).
Incuriosiva il fatto che "Il Ponte delle Spie" avesse come sceneggiatori nientemeno che i Fratelli Coen, garanzia assoluta di qualità. Se poi ci aggiungiamo la regia di Steven Spielberg, uno dei registi preferiti da queste parti, e il suo attore feticcio Tom Hanks, beh, le speranze di assistere a qualcosa di molto vicino ad un capolavoro erano vivissime.


In breve, il film tratta la storia (vera) di un avvocato, James Donovan (Tom Hanks) che, in piena guerra fredda (fine anni 50 - inizio anni 60) viene incaricato dalla CIA di difendere (ma nemmeno troppo strenuamente, solo per dare l'idea di correttezza) la spia russa Rudolph Abel (Mark Rylance) arrestata in territorio americano. Dopo avergli evitato la sedia elettrica ed essere stato additato quasi come "nemico della nazione" la CIA lo spedisce a Berlino per trattare uno scambio di prigionieri dal momento che, nel frattempo, anche il pilota americano Francis Gary Powers (Austin Stowell) viene arrestato dopo che l'aereo spia U-2 viene abbattuto in territorio sovietico.


Il film, caratterizzato da atmosfere cupe che sono il risultato di un mix tra fotografia a metà tra il colore e il bianco e nero/seppia e una colonna sonora da Thriller/Noir propri del cinema classico, scorre via molto agilmente, grazie ad un buon ritmo e alla classica spielberghiana alternanza tra momenti cupi intervallati da altrettanti siparietti strappa sorrisi, nonché una altrettanto tipicamente spielberghiana dose di buonismo a stelle e strisce. Il resto lo hanno fatto i Fratelli Coen con la loro sceneggiatura come al solito impeccabile.


Nonostante le tante note positive c'è qualcosa che stona, o meglio, che rende questo film bello, ma non indimenticabile. Ed è forse il fatto che tutto va come deve andare: oltre ad una incredibile "pulizia" tecnica, tutti i passaggi narrativi sono ampiamente prevedibili. E scriviamo ciò in forza del fatto che non conoscevamo la storia narrata in questo film prima di vederlo, eppure prevedevamo ogni suo singolo sviluppo di trama durante la proiezione. Il risultato è che, alla fine, non rimanga nulla, se non il fatto che sia un ottimo film, girato benissimo, recitato pure meglio, con un'ottima fotografia e una bellissima colonna sonora (Thomas Newman) ma niente di più. Peccato. 
Voto: 7,5 (di stima).


lunedì 7 dicembre 2015

BATMAN V SUPERMAN - DAWN OF JUSTICE: IL SECONDO TRAILER UFFICIALE.


Ciao ragazzi.
Come potevo non spendere due parole due sul nuovo trailer di batman V Superman che, dopo The Hateful Eight del mio amatissimo Quentin, è il film da me più atteso per il 2016?
Lo so, il trailer in questione è uscito ormai da quasi una settimana e avrei dovuto scrivere le mie impressioni subito dopo la sua uscita. Ma... Meglio tardi che mai. Premetto che l'avrò rivisto almeno una trentina di volte, in tutte le salse, comprese le ormai famose trailer reactions degli Youtuber americani (e non solo). 
Se nel primo Trailer avevamo apprezzato una natura prevalentemente introdutticìva al film (la gente si chiede se Superman sia o meno un pericolo per la razza umana e vediamo le prime scene relative alle scaramucce con il Cavaliere Oscuro), nel secondo veniamo travolti da una valanga emozionale causata da scene letteralmente esplosive, altre al limite della comicità e altre ancora in cui ci vengono presentati altri due personaggi (ampiamente annunciati, ma mai visti nei trailer e teaser precedenti), cioè Wonder Woman (la bellissima Gal Gadot) e quello che molti hanno riconosciuto come Doomsday, creato, pare, da Lex Luthor con il cadavere del Generale Zod (ma è tutto da vedere, questo).
Sui vari social ne ho lette di ogni: da "Sarà una cagata mostruosa" a "Sarà un capolavoro", passando per i vari "Eeeeh, ma Lex Luthor ha i capelli e invece tutti sanno che è calvo" o "Quel pirla di Snyder ci ha spoilerato tutto il film con il trailer". Ora, io dubito che un film la cui durata si aggirerà sulle 3 ore possa essere totalmente riassunto in 3 minuti di taglia e cuci di scene prese qua e là e montate insieme. Dubito anche che quello a cui assistiamo negli ultimi 10 secondi  sia la scena finale del film e, infine, dubito che quell'orripilante mostro sia la versione definitiva di Doomsday. 
Specificato ciò, ecco quello che penso in merito:
- questo trailer mi ha fatto salire a livelli stratosferici un già altissimo Hype;
- continuo a pensare che Ben Affleck sia un Batman perfetto;
- vedere la "Trinità", ovvero Superman, Batman e Wonder Woman mi ha causato una pelle d'oca mostruosa;
- sono mooolto fiducioso sulla riuscita di questo film, considerato il fatto che Snyder è uno dei miei registi preferiti.
E ora, attendiamo il 24 marzo 2016. 
Luca Cardarelli


mercoledì 25 novembre 2015

UN PO' DI SERIE TV



Ciao a tutti. 
Ultimamente non sto scrivendo come ero abituato a fare e come avrei voluto continuare a fare a causa di un po' di vicissitudini personali che hanno portato il mio umore in cantina e, di conseguenza, hanno frenato il mio entusiasmo nel rendervi partecipi della mia passione per il cinema e tutto ciò che gira intorno ad esso. Non preoccupatevi, l'amore per la settima arte è intatto e conto di tornare prestissimo a scrivere recensioni, sia in anteprima che "normali". 
Oggi mi sento però di aggiornarvi sull'altra mia grande passione: le serie TV. Dato che mi sono trovato improvvisamente a disporre di una quantità quasi illimitata di tempo libero (sfortunatamente solo di quello) mi sono buttato sul recupero di vecchie lacune "seriali" e sulla visione di nuovissime proposte grazie all'avvento di quella bomba ammazza vita sociale che risponde al nome di NETFLIX. In particolare mi riferisco a BREAKING BAD e BETTER CALL SAUL per quanto riguarda i recuperi, e a NARCOS e MARVEL'S DAREDEVIL per ciò che concerne le nuove serie targate Netflix. Andiamo per ordine e partiamo subito col botto. BREAKING BAD è un fottuto capolavoro. E non intendo solo una stagione, o due. Tutte e cinque le stagioni sono da definire CAPOLAVORI  in ambito seriale, per trama, regia, sceneggiatura, personaggi, interpretazioni, colonna sonora e chi più ne ha più ne metta. Mai (e sono serio) una serie TV mi aveva così tanto coinvolto. Mai mi sono affezionato ad una quantità così grande di personaggi. Mai avevo completato in così poco tempo (una settimana circa) una serie  TV composta da 5 stagioni e 62 episodi. Me la sono sparata tutta d'un fiato e, appena ne avrò la possibilità, acquisterò l'intero cofanetto perché è cosa buona e giusta riguardarla in lingua originale sottotitolata (in streaming si trova solo doppiata e il mio inglese è troppo arrugginito perché possa guardarla senza sottotitoli).


Breaking Bad contiene tutto ciò che una serie dovrebbe possedere. Il ritmo (che alcuni, con mia grande sorpresa, definiscono "lento") non cala mai, anzi, si denota un'accelerazione crescente dalla prima alla quinta stagione. La sceneggiatura non presenta i buchi che invece quasi qualsiasi altra serie, col passare delle stagioni, inevitabilmente mostra agli occhi degli spettatori. Il segreto è che tutte e 5 le stagioni sono state scritte (da Vince Gilligan, ovvero colui che scrisse X-Files, mica cotica) prima della realizzazione, e non durante. Questo fa sì che BB sia una serie curata nei minimi dettagli, dove ogni cosa sta al suo posto e niente viene perso per strada (forse ad eccezione della cleptomania di Marie, lasciata cadere dopo un lieve accenno, ma parliamo di bazzecole). I personaggi, protagonisti e non, sono caratterizzati in maniera perfetta, forse pure troppo perfetta. La cosa che mi ha fatto innamorare di questo capolavoro sono i dialoghi (molti me li sono andati a recuperare su Youtube in originale) e le "quotes" da incorniciare di Mr White (Bryan Cranston, UN GIGANTE) e Jesse Pinkman (Aaron Paul e i suoi  54 "Bitch" disseminati lungo le 62 puntate totali), degne di un ipotetico film di Martin Scorsese scritto dal mio amato Quentin Tarantino (i rimandi alle opere dei due maestri sono PALESI). Ogni puntata rappresenta un diamante di un preziosissimo ed inestimabile gioiello da esibire in bella mostra nella cristalliera di casa. Non conto più i momenti che mi hanno fatto gridare al "Miracolo", al "Capolavoro" tenendomi incollato allo schermo bramoso di sapere come sarebbe continuata e finita l'incredibile storia di questo professore di chimica malato di cancro che, per lasciare una degna eredità ai suoi cari, intraprende la carriera di cuoco/trafficante di Crystal Meth fino ad arrivare a spodestare, con abili magheggi e spietata ferocia, i più pericolosi "Cartelli"della droga americani e messicani. Infine, il finale, è assolutamente perfetto e letteralmente esplosivo che mi ha pienamente soddisfatto, al contrario di molti finali da "meh" che costellano il vasto universo seriale. Ovviamente il mio voto è 10 e lode con 92 minuti di applausi.


Dopo essermi letteralmente divorato Breaking Bad, non potevo non passare a gustarmi le avventure di James McGill, protagonista dello spin off di BB "Better Call Saul", in cui si narrano le origini di colui che risolverà molti problemi a quei due mattacchioni di Walter White e Jesse Pinkman, ovvero Saul Goodman. Lo stile narrativo-registico ricalca in tutto e per tutto Breaking Bad. Si rimane nel "drama", ma c'è anche una buona dose di  comicità.  Qui il palco è tutto per Bob Odenkirk che fa da mattatore con la sua caratteristica parlantina grazie alla quale riuscirebbe ad andare a vendere il ghiaccio agli eschimesi. Ritroviamo alcuni personaggi della serie Madre, come Mike (il tuttofare in BB, che in BCS è un ex poliziotto che lavora come guardiano di un parcheggio a pagamento) e Tuco Salamanca (il primo "datore di lavoro" di Walter White in BB), ma in quasi tutti gli episodi si susseguono numerosi richiami a BB, piccoli dettagli che riportano alla mente oggetti e personaggi della pluripremiata serie. Sono dieci episodi che scorrono lisci come l'olio, anche se, alla fin dei conti, non accade un gran che, ma ci vuole gran classe a rendere interessante una serie con questa caratteristica. Riusciamo però a capire per quale motivo James McGill diventa Saul Goodman e perché passa dall'essere un avvocato (laureatosi all'Università delle Samoa) che "fa la cosa giusta" ad uno pronto a difendere anche il più becero dei criminali in nome del detto "Pecunia non olet" (il che non è poco). La prima e l'ultima puntata sottolineano comunque come James McGill fosse uno che il crimine (sotto forma di furti, raggiri e truffe) ce l'aveva un po' nel DNA. La seconda stagione è in arrivo (si parla di febbraio 2016) e si preannuncia ricca e corposa. Le speranze che diventi un cult come BB non sono poi così scarse. Un 8 pieno glielo assegnerei.

   


Per quanto riguarda Narcos, è stata la prima serie che ho guardato dopo aver attivato il mese di prova gratuita di Netflix e, Signori, quando si dice "iniziare col botto"...


La storia di Pablo Emilio Escobar Gaviria, raccontata attraverso gli occhi dei poliziotti che riuscirono a intrappolarlo, è quanto di più feroce e allo stesso tempo "affascinante" possa essere raccontato da una serie TV. A metà strada tra un documentario e una fiction, l'ascesa e il regno sull'impero della droga da parte di un uomo che divenne ad un certo punto il settimo uomo più ricco del pianeta (secondo Forbes) dà vita ad una serie (13 episodi da 50 minuti circa) che scorre veloce come un treno, ricca di dialoghi epici (in spagnolo, of course) e scene raccapriccianti di omicidi e torture con incredibili spargimenti di sangue, il cui finale è ampiamente conosciuto, ma non conta. Ciò che conta è il durante. E il durante è raccontato in maniera più che perfetta. Regia, sceneggiatura e interpreti (Wagner Moura a.k.a. Pablo su tutti) da applausi. Sappiamo che questa serie avrà un seguito, essendo stata rinnovata ufficialmente, ma non quando potremo gustarcela. Menzione particolare merita la canzone della sigla che ultimamente è diventato un vero e proprio tormentone ("Tuyo" di Rodrigo Amarante).  L'attesa sale. Voto: 9.


Infine vi parlo brevemente (anche se meriterebbe una recensione a parte, data quantità di pregi che la contraddistingue) di Marvel's Daredevil.


Questa è in assoluto la SERIE SUPEREROISTICA MIGLIORE DELLA STORIA. Essendo di casa Marvel, io, onestamente, mi aspettavo una serie il cui target fosse un pubblico formato principalmente da Teenagers, sulla scia dell'universo cinematografico di cui fanno parte i vari Thor, Ironman, Avengers ecc. E invece Daredevil è talmente BADASS da richiedere il PG15 per la crudezza di molte scene e il lessico non proprio accademico dei dialoghi. Ma a parte questo, in Daredevil (scordatevi il film con Ben Affleck) funziona tutto. Essendo un personaggio "minore" (cioè poco conosciuto) dell'Universo Marvel, era richiesta una forte caratterizzazione psicologica che aiutasse lo spettatore a capire chi avesse di fronte (grande Charlie Cox, colui che veste i doppi panni di Matt Murdock e Daredevil). Missione compiuta, come, del resto, per quanto riguarda il Villain Wilson Fisk (un MASTODONTICO Vincent D'Onofrio)  e i personaggi secondari (i vari Foggy Nelson, Karen Page e Claire Temple, quest'ultima interpretata da un'ottima Rosario Dawson). La regiadi di questa serie (affidata, tra gli altri, a Phil Abraham e Adam Kane, rispettivamente già visti ne I Soprano e in 24) è assolutamente fantastica. Talmente fantastica da permettersi un epico piano sequenza da brividi di quasi 3 minuti appena al secondo episodio, quando, c'è da scommetterci, in qualsiasi altra serie sarebbe stata accuratamente conservata per l'ultima scena dell'ultimo episodio della stagione. Io ero stato avvertito. Ma neanche lontanamente immaginavo di assistere a questi 3 minuti di pura potenza e perfezione.


Da rimanere a bocca aperta e stropicciarsi gli occhi. E poi il resto lo fa la storia. Avvincente, divertente, esplosiva e sanguinosa come mai era capitato di vedere in uno show supereroistico. Mettiamoci che Vincent D'onofrio dà vita ad uno dei migliori "cattivi" che abbiamo mai visto sia in Tv che al cinema (ai livelli del Joker di Ledger). Il finale è una BOMBA ATOMICA e stiamo ardentemente aspettando che inizi la stagione 2. Voto 10!!!



Su Netflix ora c'è Jessica Jones, altra serie su un'eroina di casa Marvel che, nonostante rappresenti comunque un prodotto di ottima qualità, non mi sento di mettere allo stesso livello di Daredevil. Un gradino sotto, forse anche due.  Ve ne parlerò poi, a serie ultimata.
Luca Cardarelli. 

martedì 3 novembre 2015

45 ANNI DI ANDREW HAIGH


Un film che al 65^ Festival di Berlino ha visto l'assegnazione dell'Orso d'Oro ai suoi due protagonisti (Charlotte Rampling e Tom Courtenay), acclamato dalla critica e presentato con una sinossi degna di un film di Alfred Hitchcock, aveva creato grandissime aspettative. Purtroppo, come leggerete, non sempre il successo ad un Concorso prestigioso come quello di Berlino corrisponde ad un successo anche davanti al pubblico medio, di cui orgogliosamente dichiaro di far parte. Kate e Geoff Mercer stanno per festeggiare i 45 anni di matrimonio. Appaiono come un uomo e una donna che si amano ancora. Un giorno arriva una lettera indirizzata a Geoff, dalla Svizzera. E' stato rinvenuto il corpo di Katya, la ragazza con cui stava prima di conoscere Kate, data per dispersa durante un'escursione in montagna durante gli anni '60. 


Kate nota che dall'arrivo di quella notizia Geoff cambia atteggiamento sia nei suoi confronti che nei confronti della vita. Ricomincia a fumare, nonostante il cuore malandato con tanto di pacemaker. Si alza durante la notte per andare, di nascosto, in soffitta a rovistare tra cianfrusaglie e fotografie. Sembra non essere più interessato ai preparativi della festa per l'anniversario imminente. E' palesemente triste e ombroso. Geoff le aveva parlato di Katya, ma aveva deliberatamente evitato di raccontarle la cosa più importante, che poi scoprirà lei stessa, con grande sconforto misto a rabbia.


Ora, il film, raccontato così a grandi linee, sembra effettivamente meritevole delle attenzioni dategli dalla critica. Ma un conto è leggerne la sinossi, un conto e guardarlo. Sono solo scene casalinghe di due anziani (con inclusa una umiliante scena di sesso, ovviamente di BREVISSIMA durata) che discutono, litigano, sembrano sul punto di mollarsi (dopo 45 anni di matrimonio), salvo poi recitare la parte degli sposini innamorati con tanto di discorso fintamente commosso e colmo d'amore pronunciato da parte un Geoff in lacrime davanti ad una glaciale Kate con il sorriso a comando, per non turbare l'umore degli invitati alla festa.


Si capiva già dalla prima scena "post lettera dalla Svizzera" che lui non avesse mai dimenticato Katya e Kate aveva sempre rappresentato "la medaglia d'argento", perché quello d'oro era andata dispersa sulle alpi Svizzere. Un film, 45 anni, di cui si aspettava la fine (telefonatissima) impazientemente sin dal decimo minuto di proiezione. Non basta l'ottima recitazione di due grandi attori a salvare una pellicola lenta, noiosa, senza uno straccio di colonna sonora (festa a parte), con inquadrature fisse su alberi dalle chiome ingiallite come i capelli dei protagonisti a far da "calendario" alla vicenda con tanto di giorno indicato in sovrimpressione. 
Un film deprimente sotto tutti i punti di vista. 
Voto: 4/10.
Nelle sale dal 5 novembre.
Luca Cardarelli.

domenica 1 novembre 2015

SPECTRE - 007 DI SAM MENDES.

Mi sarebbe piaciuto assistere personalmente a questa attesissima anteprima, ma per problemi di orario (l'hanno piazzata alle 16,30 di un giorno feriale) ho dovuto delegare l'amico e collega Luca Zanovello (direttamente da throughtheblackhole) che qui ci riporta le sue entusiastiche impressioni sul cosiddetto "Bond 24". 


Dopo gli eventi di Skyfall, nelle viscere dell’Intelligence britannica sono cambiate molte cose: l’avanzamento di un’innovativa e sperimentale tecnologia di sorveglianza planetaria, insieme all’imprevedibilità ed insubordinazione dell’agente 007 James Bond (Daniel Craig), spinge M (Ralph Fiennes) a metterlo in congedo.
Bond, reduce da una missione non autorizzata a Città Del Messico, ha però fra le mani una pista importante, che potrebbe condurre ad un’organizzazione criminale tentacolare e collegare le recenti indagini di Bond (raccontate nel ciclo “Craighiano” iniziato con Casino Royale).
Nel triangolo Londra-Roma-Tangeri, Bond segue le tracce del sadico supercriminale Franz Oberhauser (Christoph Waltz), con tutta probabilità il numero uno della temibile SPECTRE. 
Diretto da Sam Mendes (già al timone dell’ultimo capitolo della serie), 007 – Spectre raccoglie i detriti post-Skyfall ed approfondisce la genesi dell’organizzazione criminale Spectre e del futuro, infinito dualismo tra Bond e Blofeld, super villain e capo sfigurato della stessa.
Mentre affronta snodi cruciali dell’universo creato da Ian Fleming, Spectre prova a congiungere lo schema classico degli 007-movies ad azione post-moderna, e ci riesce alla grande.
Lo spionaggio cede spesso il passo all’azione, ma non è azione qualunque: Mendes si esalta in momenti memorabili, come quello del combattimento su elicottero o l’inseguimento in auto per le buie strade di Roma.


Se non è da tutti i giorni avere il lusso di un cattivone come Waltz (bravo, ma un po’ in trappola nel suo ghigno malefico), è sempre Craig a rubare la scena: nonostante nelle interviste si definisca logorato da Bond, la sua versione dell’agente “con licenza di uccidere” è sempre scintillante.
James Bond è quasi onnipotente, implacabile e spietato. I suoi occhi di ghiaccio sono quelli dell’eroe, ma anche di un uomo che uccide ed abbandona senza battere ciglio.
Meno lord e più terminator, Craig Bond salva il mondo insieme ai suoi sodali (Ben Whishaw è ancora un divertentissimo Q) in quasi due ore e mezza che non pesano mai.


Il feticismo dei “Bondies” passa anche dalla sequenza musicale in apertura, (quasi) mai così vintage. La “Writing’s On The Wall” di Sam Smith è così retrò che fa venir voglia di recuperare la cinestoria di 007.


Dulcis in fundo: Bondgirl doppia. La Bellucci è un disastro annunciato nei pochi minuti a disposizione, la Seydoux la spazza via e regala un personaggio bello ed ambiguo di cui probabilmente sentiremo ancora parlare.



Al cinema dal 5 novembre.
Voto: 8.
Luca Zanovello.



martedì 13 ottobre 2015

THE LOBSTER DI YORGOS LANTHIMOS


Eccoci finalmente al ritorno sulle scene del duo Yorgos Lanthimos (regista e sceneggiatore) - Efthimis Filippou (co-sceneggiatore). Reduci dai fasti del premio Un Certain Regarde a Cannes 2009 e dalla Nomination agli Oscar 2011 per miglior film straniero grazie a Kynodontas (Dogtooth), nonché dal Premio Osella per la miglior sceneggiatura ottenuto grazie ad Alps, i due greci si ripresentano davanti al grande pubblico con un film in lingua inglese (il primo in assoluto) caratterizzato, come le precedenti pellicole, dall'anticonvenzionalità, non solo della storia narrata, ma anche della regia, scenografia, personaggi e relative interpretazioni. Nel cast troviamo nomi di spicco come Colin Farrell, Rachel Weisz e Lea Seydoux.


The Lobster ci parla di un futuro prossimo in cui è proibito vivere da single. Chi si trova in situazione di solitudine viene obbligato a passare 45 giorni in una struttura riabilitativa entro i quali deve instaurare una relazione. Non importa se eterosessuale o omosessuale. In caso di fallimento, al single viene fatto scegliere un animale in cui trasformarsi. Poi verrebbe lasciato libero. David (Colin Farrell) viene lasciato dalla moglie. Quindi viene portato in questo albergo. Ma, sebbene abbia più di un'occasione per formare una coppia con una donna (anche solo per finta, solo per uscire di lì), non manda giù tutte le imposizioni e i divieti dati dalla direzione della struttura. E allora fugge. Nel bosco si imbatte nei "Solitari", altri che non si sono lasciati sopraffare dalla legge, vivono in condizione di clandestinità e vengono cacciati dagli stessi ospiti della struttura riabilitativa di cui sopra. La cattura di un solitario regala giorni di permanenza oltre ai 45 canonici, utili se si hanno difficoltà nel trovare una dolce metà.


Inquadrature simmetriche alla Kubrick, dialoghi e atteggiamenti che ricordano gli strampalati personaggi dei film di Wes Anderson, scene surreali in stile Terry Gilliam, e una colonna sonora da Thriller di stampo Hitchcockiano appassionano e rendono piacevole la visone di "The Lobster", almeno per la prima ora di proiezione, ovvero sino alla fuga di David nei boschi. Si rasenta la perfezione, stilistica, ritmica e narrativa. Ma nella seconda parte il tutto si sfilaccia e, sebbene la storia sia comunque interessante, anche grazie all'incontro tra David e la "donna miope" (Rachel Weisz) e allo scontro con una glaciale e monocorde Lea Seydoux (il capo dei solitari),  il ritmo va scemando man mano che si arriva verso la fine. Si salva tuttavia la scena finale, grottesca quanto spaventosa nonché carica di tensione e pathos. Il tutto in un silenzio assordante.


Un altro film che soddisfa a metà, non certo un film "brutto", ma che lascia quella sensazione di incompiutezza che fa uscire dalla sala leggermente infastiditi, perché i presupposti del capolavoro c'erano tutti. Peccato per quella falla di 50 minuti che rovina quanto di buono si era visto nei primi 60. Nelle sale dal 15 ottobre.
Voto: 6,5/10
Luca Cardarelli.




domenica 11 ottobre 2015

SOPRAVVISSUTO - THE MARTIAN DI RIDLEY SCOTT


Houston abbiamo un problema!!! Era tanto tempo che sognavo di iniziare una recensione in questo modo. E finalmente "The Martian", l'ultima fatica del Maestro Ridley Scott, me ne ha data l'opportunità. Tratto dall'omonimo romanzo bestseller di Andy Weir, "Sopravvissuto" ci mostra le avventure marziane di Mark Watney (Matt Damon), rimasto da solo sul Pianeta Rosso dopo che i membri dell'equipaggio con cui aveva intrapreso la missione "Ares III", ovvero il Capitano Lewis (Jessica Chastain), Martinez (Michael Pena), Johanssen (Kate Mara), Beck (Sebastian Stan) e Vogel (Aksel Hennie), lo  abbandonano, credendolo morto in seguito ad un incidente durante una violentissima tempesta di sabbia marziana, facendo ritorno verso la Terra. 


Ridley Scott, dopo la sua scappatella nel genere Thriller (The Counselor) e Mitologico (Exodus), torna al suo primo amore, la Fantascienza, poco Fanta e molto scienza. Pedissequamente al romanzo, il film infatti è infarcito di mille nozioni di carattere scientifico abbastanza attendibili (nel romanzo la dovizia di particolari, in questo senso, è a dir poco ossessiva) infilate con molta cura all'interno di una storia che di fantastico ha solo l'ambientazione (ancora nessun essere umano ha messo piede su Marte, anche se pare che ci si stia lavorando) dato che il resto è, tutto sommato, verosimile. Dopo il viaggio all'interno di un Buco Nero (Interstellar di Christopher Nolan) ecco dunque che un altro grande regista si avventura nel sentiero irto e pieno di ostacoli nascosti qual è il viaggio interplanetario con tutto ciò che ne consegue. 


Ostacoli superati brillantemente grazie anche ad un'ottima gestione del fattore "Sospensione dell'incredulità" (cosa che forse manca o, quantomeno, scarseggia nel colossal di Nolan). Ma "The Martian" non é solo un'avventura spaziale, é anche un film sulla gestione del panico da parte delle istituzioni di fronte a situazioni impreviste, come può essere quella in cui un uomo la cui morte é stata annunciata "urbi et orbi" si rifà vivo e deve essere aiutato a sopravvivere fino al suo salvataggio, che ha una probabilità di riuscita pari all'1% e comporta una quasi impossibile corsa contro il tempo. Una sorta di "Salvate il soldato Ryan" ambientato su Marte. 


Ci sono anche gli elementi della classica americanata, seppur meno pacchiani e forieri di scene da WTF,  tipiche del genere tanto caro ad Emmerich & C. (pensiamo a film come "Armageddon", "The Day After Tomorrow" eccetera).  E' un Ridley Scott che non ha pretese autoriali, quello di "The Martian", e dosa tempi comici (Watney che guarda Happy Days e ascolta discomusic è uno spasso) e tensione (dapprima tutta concentrata nelle riprese nei vari uffici della Nasa per poi riversarsi in quelle "spaziali" e "marziane"), in un Classico Sci-fi movie destinato ad un pubblico di ogni età, dall'adolescente brufoloso tutto videogiochi e fumetti all'attempata Signora in cerca di emozioni (e qualche lacrima). 

Un film che, sebbene duri più di due ore, tiene incollati alla poltrona grazie alla maiuscola prova del Mattatore Matt Damon, seguito a ruota da tutto il  cast, tra cui spiccano Chiwetel Ejiofor (nella parte di Vincent Capoor, scienziato della NASA su cui grava l'intera missione), McKenzie Davis (nei panni di Mindy Park, colei che scopre che Watney è ancora vivo), Jeff Daniels (il direttore della NASA, Teddy Sanders), la "Donna con le Palle" Annie Montrose (impersonata da Kristen Wiig), per finire con il classico, giovane scienziato che studia nei minimi particolari la tattica per il salvataggio (Donald Glover nei panni di Rich Purnell). Figure molto stereotipate, certo, ma che funzionano sempre in questo genere di film. 



Fantastiche, infine, le riprese del modulo spaziale nell'oscurità del cosmo nonché una colonna sonora che ripesca, tra gli altri, brani storici quali "Starman" di David Bowie e "I will survive" di Gloria Gainor, che  stanno in questo film come il cacio sta sui maccheroni. 
Teniamoci alla larga da paragoni azzardati con i vari "2001: Odissea nello Spazio", anche se, ne siamo certi, Ridley Scott l'intenzione di omaggiare il caro Stanley Kubrick ce l'aveva eccome.
Dopo la visione di "The Martian" una domanda su tutte si è fatta largo nella nostra testa: "Perché non escono più spesso film come questo?".
Voto: 8,5/10.


P.S. C'è anche Sean Bean (Mitch Henderson, altro dirigente NASA), che incredibilmente non muore! Evviva!!! 

mercoledì 7 ottobre 2015

BLACK MASS - L'ULTIMO GANGSTER DI SCOTT COOPER


Presentato fuori concorso all'ultima Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, "Black Mass" segna il ritorno in pompa magna di Johnny Depp, dopo le delusioni (per non dire flop) di The Lone Ranger e Transcendence. Scott Cooper (già regista e sceneggiatore degli ottimi "Crazy Heart" e "Out of the Furnace") ci porta nella Boston anni '70 e '80 della guerra tra le cosche mafiose italiane e la "Winter Hill Gang" irlandese. In particolare ci racconta del "Gangster più pericoloso della storia degli USA", James "Whitey" Bulger (Johnny Depp) e della sua collaborazione con l'FBI, nata grazie all'amicizia che lo lega sin dall'infanzia con John Connolly (Joel Edgerton), con lo scopo di eliminare la "concorrenza" senza sporcarsi le mani (che già lo erano fin troppo).


Scott Cooper imposta Black Mass secondo i canoni del Gangster Movie classico, alla "Goodfellas" e "Donnie Brasco", per intenderci, inserendo qua e là evidentissime citazioni di questi ed altri film che, invece di impreziosire la pellicola, la rendono vecchia, con quel sapore amarognolo di deja vù che alla lunga stanca. Il film scorre in maniera molto prevedibile, non tanto per la storia (è un biopic, tratto da "Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob" di Dick Lehr e Gerard O'Neill), ma per quanto riguarda la tecnica narrativa.


I vari omicidi che si susseguono nel film dovrebbero costituire "scene ad effetto", in quanto spesso frutto di decisioni repentine ed improvvise da parte di Bulger (proprio come i numerosissimi regolamenti di conti presenti in "Goodfellas" di Scorsese), non sorprendono lo spettatore che, anzi, prevede, sbuffando, l'epilogo delle suddette scene sin dal loro inizio. Aggiungiamoci le numerose scene da dramma familiare (una in particolare ci riporta alla mente "Donnie Brasco") che appesantiscono ulteriormente la narrazione ed ecco che abbiamo un film che manca di mordente, di appeal, tendente all'anonimato e ampiamente dimenticabile sin dallo scorrere dei titoli di coda, caratterizzati dalle scontatissime foto e riprese d'epoca con i "veri" protagonisti delle vicende raccontate.


Detto questo, bisogna assolutamente salvare le prove attoriali fornite dai vari Johnny Depp, Benedict Cumberbatch (che interpreta il fratello Senatore di Jimmy Bulger) e Joel Edgerton. In particolare Johnny Depp è protagonista di una prova convincente, frutto anche della trasformazione fisica cui si è sottoposto prima di prendere parte al film e del make up (o meglio, make over) che lo rende pressocché irriconoscibile (impressionante il suo sguardo glaciale e "vitreo"grazie a lenti a contatto azzurre) e ancora più cattivo. Potremmo benissimo definirlo "Il criminale giusto nel film sbagliato". Le aspettative per "Black Mass: L'ultimo Gangster" erano altre, soprattutto dopo aver letto le critiche molto positive dopo la proiezione fuori concorso a Venezia. Peccato.
Nelle sale dall'8 ottobre.
Voto: 5/10.



domenica 4 ottobre 2015

THE GREEN INFERNO DI ELI ROTH



Finalmente sono riuscito a vedere questo chiacchieratissimo Cannibal Movie ispirato dal re di tutti i Cannibal Movies che risponde al titolo di Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato (The green Inferno è il titolo del documentario che stavano girando i protagonisti di questo film). 
La trama è semplicissima: un gruppo di studenti organizza una spedizione in Amazzonia per impedire la deforestazione per l'estrazione del gas naturale di cui è ricco il sottosuolo. Arrivati al punto stabilito, gli studenti si incatenano ai bulldozer e filmano con i cellulari i successivi interventi delle milizie. 


Tra gli studenti vi è Jasmine (Lorenza Izzo), figlia di esponente delle Nazioni Unite. Questo desta scalpore, a tal punto che la protesta sembra essere riuscita in pieno. 
Sul volo del rientro però qualcosa va storto, l'aereo va in avaria e precipita nel bel mezzo della giungla. Sopravvissuti, Jasmine e i suoi compagni, vengono catturati da una tribù di indigeni dalle strane abitudini alimentari.


Mi aspettavo, con The Green Inferno, un film di due ore di sgozzamenti, squartamenti, decapitazioni, urla e scene raccapriccianti di cannibalismo becero. E invece, con sollievo, mi sono trovato di fronte ad un film che dosa, quasi in egual misura, sequenze Horror/Splatter ma anche notevoli spunti di riflessione sul sistema imperialistico/capitalistico e il doppiogiochismo di chi dichiara apertamente di combatterlo. La tensione in alcuni momenti si taglia col coltello e si rimane spesso col fiato sospeso pensando di immaginare cosa possa aver pensato di far accadere quel matto di Eli Roth nelle scene successive. 


E' questa la forza di The Green Inferno; di più proprio non si poteva chiedere. Roth gioca con lo spettatore come un gatto col topo. Lo stuzzica, lo spaventa, poi lo lascia respirare fino a quando non sente l'esigenza di spingere ancora sull'acceleratore e via, ancora tanta, tantissima tensione (la scena dell'infibulazione è da cuori forti, non tanto per ciò che - non - si vede, ma proprio per la tensione che infondono i continui stacchi di inquadratura tra torturata, aguzzino e l'arma di tortura). 


Davvero un bel lavoro, ben realizzato, a tinte forti, a tratti fortissime, ma ben equilibrato (c'è spazio anche per qualche risata). Gli amanti del genere apprezzeranno molto questa pellicola, ma anche chi si dovesse approcciare a questo genere di cinema per la prima volta potrebbe rimanerne affascinato, a tal punto di voler andare a scoprire i film ai quali Eli Roth si è ispirato e che molto intelligentemente il regista ha voluto elencare nei titoli di coda (che vi invito a seguire fino alla fine, vi farete una risata ad un certo punto). 
Divertente. Pura goduria visiva. 
Voto 8/10.
Luca Cardarelli