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mercoledì 19 febbraio 2014

12 ANNI SCHIAVO - LA STRAORDINARIA STORIA DI SOLOMON NORTHUP (Anteprima)


Titolo originale: 12 years a slave;
Anno: 2013;
Paese: USA;
Durata: 134 min.;
Genere: biografico/drammatico;
Regia: Steve McQueen;
Sceneggiatura: John Ridley
Soggetto: Solomon Northup;
Musiche: Hans Zimmer;
Cast: Chiwetel Ejiofor/Solomon Northup; Michael Fassbender/Edwin Epps; Lupita Nyong'o/Patsey; Benedict Cumberbatch/William Ford; Paul Dano/John Tibeats; Paul Giamatti/Theophilus Freeman; Brad Pitt/Samuel Bass; Sarah Paulson/Mary Epps; Garret Dillahunt/Armsby.
Voto: 8/10.

Mettetevi nei panni di un uomo (di colore) nato e vissuto libero, violinista, colto e ricco, moglie e due figli amatissimi, e che, improvvisamente si trova legato mani e piedi ad una catena di ferro per poi essere venduto come fosse un oggetto qualsiasi a dei proprietari terrieri che lo trattano peggio di una bestia, cancellandogli il nome, l'identità e facendogli quasi dimenticare di avere una famiglia che, ignara, lo aspetta a casa. Roba da andare fuori di testa. Questo è quello che succede a Solomon Northup, il protagonista di 12 anni schiavo, film diretto da Steve McQueen e tratto dall'omonima opera autobiografica scritta dal protagonista.


Il film tratta dei dodici anni di sofferenze che Northup (nome da schiavo: Platt, datogli dal mercante Freeman/Giamatti) trascorre da schiavo dapprima sotto il padron Ford (Cumberbatch) poi sotto il padron Epps (FassBender). McQueen ci disegna letteralmente questa vicenda alternando immagini spettacolari degne di entrare in una fantomatica sezione del Musee d'Orsay di Parigi ad altre che riportano la mente alle scene più raccapriccianti di "Schindler's List" e "The Passion", dirigendo un cast fenomenale che ha in Ejiofor la sua punta di diamante, che presenta un Fassbender in formissima e splendidamente adatto alla figura del negriero bastardo e sadico, e introduce una bravissima e giovanissima Nyong'o nella parte della schiava Patsey di cui Fassy abusa abitualmente e che in poco tempo diviene anche il bersaglio della cattiveria della moglie (Sarah Paulson) gelosa. Un film durissimo che ci ficca bene in testa cosa stia a significare la perdita di ogni diritto e di ogni libertà per un uomo, in particolare, ma che ci dipinge anche un quadro che mostra le atrocità dello schiavismo americano.


Un film che fa male a chi lo vede, un male quasi fisico. Un film che ci fa domandare: "Ma com'è possibile trattare così degli esseri umani?". Veramente raccapricciante. Una sorgente inesauribile di emozioni delle quali quella preponderante è sicuramente la pietà nei confronti del protagonista e dei suoi compagni di sventura. E poi ci sono figure che danno un minimo di speranza, quelle grazie alle quali pensi: "Beh dai, dopo tutto c'erano anche schiavisti buoni." Un po' ricalcando la figura del "nazista tenero" impersonata da Liam Neeson in "Schindler's List" che qui trova il suo omologo in Cumberbatch. Ma la verità di fondo è che sempre di schiavista si tratta e che quindi la sua reputazione di "buono" porta con sè comunque mille riserve. Il personaggio interpretato da Fassbender raggiunge livelli di cattiveria inimmaginabili, così come quello messo in scena da Dano, eccezionale attore in ruoli da psicopatico (vedi "Prisoners"). Invece Bass, interpretato da Brad Pitt, devo sottolinearlo, fa un'apparizione un po' troppo fugace rispetto all'importanza del personaggio, così come mi è sembrata un po' sbrigativa tutta la parte finale del film, a dispetto di una "fase centrale" corposissima. Una parte finale lacrimogena, ma comunque degna di un film che, oltre a far commuovere, fa riflettere tanto.


Grandissima colonna sonora firmata Hans Zimmer che non manca mai ai grandi appuntamenti. Mai una nota fuori posto. Sempre perfetto e "sul pezzo".
Tutte le nomination ai prossimi Oscar sono legittime e credo che, a meno di clamorosi colpi di scena, alcune si trasformeranno in premiazioni.




domenica 16 febbraio 2014

SMETTO QUANDO VOGLIO



Titolo originale: Smetto quando voglio;
Anno: 2013;
Paese: Italia;
Genere: commedia;
Durata: 100 min.;
Regia: Sydney Sibilia;
Sceneggiatura: Sydney Sibilia, Valerio Attanasio, Andrea Garello;
Cast: Edoardo Leo/Pietro; Valeria Solarino/Giulia; Stefano Fresi/Alberto; Valerio Aprea/Mattia; Paolo Calabresi/Arturo; Libero Di Rienzo/Bartolomeo; Lorenzo Lavia/Giorgio; Pietro Sermonti/Andrea; Neri Marcorè/Er Murena;
Voto: 7,5/10.


Ma che c'hai un cazzo in faccia?

Trama: Pietro, un ricercatore universitario specializzato in neurobiologia, vistesi chiuse le porte per una carriera universitaria da docente, a causa del più bieco "baronismo" universitario, scopre la ricetta per creare una droga sintetica simile all'MDMA ma perfettamente legale in Italia. Decide quindi di realizzarla e iniziare a venderla, formando una banda composta da suoi omologhi, laureati a pieni voti costretti a lavori di fortuna per tirare a campare.


Mi si è ribaltato il Coupet...

Incuriosito dal trailer, nonché attratto dal cast e dal tema "scottante", ho utilizzato l'ingresso free grazie alla 3 per gustarmi questo film italiano (molto raramente avviene ciò, sappiatelo). Ma "Smetto quando voglio" non è la solita commediola infarcita di rutti scoregge e pecorine cui, purtroppo, siamo abituati...
Nelle risate generali si trova anche spazio per la riflessione sul mercato del lavoro dell'ex Belpaese: vediamo infatti plurilaureati con tanto di master, pubblicazioni, encomi e via andare, rifiutati dalle aziende perché "troppo qualificati" (la scena in cui Sermonti cerca di nascondere "il suo errore di gioventù" - la laurea - per essere assunto come manovale è emblematica), che si ritrovano a fare i benzinai (i due latinisti impersonati da Aprea e Lavia), il truffatore (un sempre bravo Libero Di Rienzo, economista nel film), il sovrintendente a 500 euro al mese (Calabresi, archeologo) o il lavapiatti in un ristorante cinese (Fresi, chimico).


Benzina, Benzinae...


Sono laureato, ma è stato un piccolo errore di gioventù.

Una fotografia dunque impietosa del mondo dei "Choosy" di Forneriana memoria, che qui si trovano quasi obbligati ad infrangere la legge per avere quantomeno una vita dignitosa (anche se i guadagni derivanti dallo spaccio saranno altissimi, al di sopra di ogni più rosea aspettativa). 
Una sorta di "Romanzo criminale", ma senza quell'odiosa seccatura di morti ammazzati e infiltrazioni mafiose, con un tocco di Breaking Bad per cui il regista e sceneggiatore è stato accusato di plagio (anche se non ci vedo alcun male, soprattutto perché la cosa viene sottolineata dagli stessi protagonisti durante il film). In più si ride tanto, a volte anche per non piangere (la verità che si racconta nel film è raccapricciante). Le gag, condite da quell'accento romanesco che stavolta non stanca neanche un po', sono svariate e tutte divertentissime. Non ho notato cali di ritmo durante il film, anzi, ho apprezzato il modo spedito con cui Sibilia ha dato il via alla narrazione, con una scena girata alla perfezione e una voce fuori campo che ricorda molto quella di "Trainspotting" di Danny Boyle: un inizio col botto, insomma, in tutti i sensi.


Bart...olomeo.

Non so inoltre se sia stato fatto apposta, ma il personaggio interpretato da De Rienzo - Bartolomeo - porta lo stesso nome affibbiatogli in "Santa Maradona", all'epoca abbreviato in "Bart", e anche la personalità sembra essere la stessa: indagherò... 
Molto bello infine l'uso che Sibilia fa della fotografia, fatta di colori fluo abbaglianti che, come ha notato anche l'illustre collega Erica Bolla nella sua recensione, sembrano essere la percezione dell'occhio "fatto" di un consumatore di droghe sintetiche.
Il finale, per nulla scontato, segue la linea di tutto il film, quindi risulta agrodolce: ridi ma nello stesso momento hai come un macigno che ti arriva sull'osso del capocollo... 
No, non è la solita cialtronata italiana. Il lavoro di esordio di Sydney Sibilia è un'esilarante commedia che è degna di entrare nella top 10 del 2014 per quanto riguarda il cinema targato Italia. Da vedere, soprattutto per chi ha un futuro da membro del "Movimiento de los indignados".

lunedì 10 febbraio 2014

DALLAS BUYERS CLUB


Titolo originale: Dallas Buyers Club;
Anno: 2013;
Paese: USA;
Genere: drammatico;
Durata: 117 min.;
Regia: Jean Marc Vallee;
Cast: Matthew McConaughey/Ron Woodroof; Jared Leto/Rayon; Jennifer Garner/Dr. Eve Saks;
Voto: 7,5/10,
Trama: Tratto da una storia vera. Ron Woodroof è un elettricista texano omofobo dipendente da droga, sesso, alcool e gioco d'azzardo. Contrae l'HIV a causa di un rapporto sessuale non protetto prima di partecipare ad un Rodeo che, da buon texano, rappresenta il suo Hobby preferito. Gli viene presentata una diagnosi crudele che gli lascia solo 30 giorni di vita. Incredulo e voglioso di dimostrare l'erroneità di tale diagnosi, si troverà a dover combattere prima ancora che con la malattia, con il sistema sanitario americano e la Food and Drugs Administration, corrotti dalle case farmaceutiche. Decide allora di "fare da sè", costituendo una società con Rayon, un trans conosciuto in ospedale, anch'egli affetto da HIV, importando e vendendo prodotti non illegali, ma semplicemente non approvati dalla suddetta FDA, in grado di combattere il virus più strenuamente dei farmaci "autorizzati". I fatti gli daranno ragione. I 30 giorni iniziali si trasformeranno in 7 anni.


It's Oscar Time. In meno di due mesi ho visto probabilmente i tre film che si contenderanno il maggior numero di statuette il prossimo 2 marzo al Kodak Theatre di Los Angeles: American Hustle, The Wolf of Wall Street e, come recita il titolone di questo post, Dallas Buyers Club. Me li ero segnati sull'agenda da un pezzo, questi tre film, e sono contento di averli visti tutti e tre a strettissimo giro di tempo. Che dire di questo film molto più "Indie" rispetto ai due colossal targati Russel e Scorsese? Beh, innanzitutto che, a differenza del suo "collega" "Philadelphia" di Jonathan Demme con il duo Hanks/Washington, non strappa facilmente la lacrime allo spettatore. Anzi, gli fa stringere i pugni e digrignare i denti per quanto mostri la cocciutaggine del sistema sanitario americano e di un'istituzione come la FDA. I due protagonisti, impersonati alla perfezione (e forse qualcosina di più, anche) da McConaughey e Leto, rappresentano uno schiaffo, sia fisico che morale, alle istituzioni, un po' come tutti coloro i quali, trovatisi di fronte ad un isormontabile ostacolo, tentano in qualunque modo di affrontarlo e superarlo, usando qualsiasi mezzo a propria disposizione, legale o illegale. Assistiamo al miglioramento dell'anima di Woodroof proprio in concomitanza del deterioramento fisico del proprio corpo, stando a stretto contatto con tutto ciò che prima detestava con tutte le sue forze, "le checche" o "i finocchi", come era solito chiamare i Gay quando stava insieme ai suoi amici e colleghi.


Pur rimanendo sempre abbastanza scorbutico nei confronti di Rayon, impara a togliersi di dosso quel velo di ipocrisia ed ignoranza che invece i suoi amici si tengono ben stretto, soprattutto quando vengono a conoscenza dell'ambiente in cui, da malato terminale, Ron si è insediato stabilmente. Si dà una ripulita anche per quanto riguarda il suo stile di vita: basta alcol, basta droghe, basta sesso, basta tutto. Dallas Buyers Club è un film che analizza in primis l'animo umano in situazioni estreme. Ci mette chiaramente di fronte ad un sistema marcio fin dalle fondamenta, ma il nocciolo della questione è più che altro il rapporto tra Ron e Rayon, nonchè il cambio di direzione che effettua la Dottoressa Saks, mettendosi così contro l'intero staff medico dell'ospedale per il quale lavora, decidendo di abbandonare le "regole" per mettersi al servizio di Woodroof, poichè bisogna prima di tutto seguire il giusto, e il giusto non sempre è quello che viene imposto dall'alto. Una storia triste, certo, ma non "canonicamente" triste. Bando alle commoventi tragedie alla "Amore e altri rimedi", Vallee dirige un film provocatorio e coraggioso. Ci presenta il dramma della malattia combattuto con rabbia, quasi ferocia, dal protagonista e dai suoi "seguaci", fino all'ottenimento della vittoria finale, quanto meno morale . Un film che vale tutti gli elogi ricevuti dalle giurie dei festival cui ha partcipato. Un apprezzamento quasi unanime da parte di critica e pubblico. Educativo con una grinta che fuoriesce da ogni fotogramma. Soprattutto per merito di McConaughey.


Leto ha una sorta di effetto calmante, ma in molti casi ruba quasi la scena al suo collega. Impressionante lo sforzo fisico al quale si sono sottoposti i due protagonisti, dimagriti di decine di chili per entrare nei personaggi. E Sappiamo benissimo che ciò rappresenta un plus per quanto riguarda eventuali arrivi al fotofinish per l'assegnazione degli Oscar prossimi venturi.  

domenica 9 febbraio 2014

SE DICO CINEMA...

Anche io, nel mio piccolo, partecipo al megaevento cinefilo che sta impazzando da un paio di giorni nella Blogosfera. Quando penso al Cinema, quando parlo di Cinema, quando dico anche solo semplicemente la parola "Cinema", questo è tutto ciò che mi viene in mente:


"Se dico Cinema penso alle sigle pre titoli di testa delle grandi case di produzione: 20th Century Fox con i fari che ondeggiano e i tamburi rullanti, MGM con il leone che ruggisce, Universal con la scritta omonima che avvolge il mondo e quella musica che ricorda un sacco quella di ritorno al futuro, e anche alle altre, Columbia, Paramount e così via. Penso alla sigla di Lunedifilm con l'aquila di celluloide e i gorgheggi di Lucio Dalla, penso a Voyage dans la Lune di Melies, penso alla scrittona Hollywood (monca della parola "land") sulla collina che sovrasta la Città degli Angeli, penso allo sguardo di ghiaccio di Clint Eastwood nella Trilogia del Dollaro di Sergio Leone, alle musiche di Morricone che elevano a capolavoro qualsiasi film in cui siano state inserite (sì, anche "Bianco rosso e Verdone). Penso agli attori tutti e alle attrici tutte, in vita e non. 


Penso al venerdì sera con i film Disney in tv che potevo vedere per intero perchè il sabato non avevo scuola. Penso a Jurassic park, il primo film visto da solo al cinema, col mio migliore amico. Penso a "Mine vaganti", il primo film visto al cinema con la ragazza che poi è diventata mia moglie. 


Penso ai biglietti rosa con la scritta "posto unico" di una consistenza molto "pulp". Penso quindi a Tarantino, a Scorsese, a Spielberg, a Kubrick, a Zemeckis, a "Pulp fiction", "Quei bravi ragazzi", "Lo squalo", "Shining" e "Ritorno al futuro". Penso a tutti i registi e a tutti i film che mi abbiano lasciato un graffio nell'anima. Penso a quanto mi dà da parlare e da scrivere questa immensa passione che ho imparato ad esternare solo da poco anche grazie a chi ha creato questo spazio di riflessione."


QUI trovate l'evento Facebookiano organizzato dal blog amico Criticissimamente:
Se dico cinema...
Ne parliamo tutti i giorni, fracassando le balle a mezzo mondo, non per forza cinefilo. Ci scanniamo, difendiamo i nostri eroi, dando vita a discussioni che...manco Freud. Ma alla fine nessuno ancora ha spiegato un dettaglio, il più complesso forse. 'Sto cinema, ma che sarà mai? Cosa significa. Cosa vi dà. Cosa rappresenta.
Dunque, "Se dico cinema..."
(completa la frase a tuo piacimento)

Partecipate, commentando qui, condividendo sulla pagina dell'evento e sulle vostre pagine Fb e, ovviamente, scrivendo sui Vostri rispettivi blog. Dobbiamo essere tantissimi!!!

giovedì 6 febbraio 2014

A PROPOSITO DI DAVIS


Titolo originale: Inside Llewyn Davis;
Anno: 2013;
Paese: USA;
Durata: 108 min;
Genere: Biografico/musicale;
Regia: Joel ed Ethan Coen (anche sceneggiatori);
Musiche composte da: T Bone Burnett;
Cast: Oscar Isaac/Llewyn Davis; Carey Mulligan/Jean Berkey; Justin Timberlake/Jim Berkey; John Goodman/Roland Turner; Garret Hedlund/Johnny Five; F. Murray Abraham/Bud Grossman; Jerry Grayson/Mel Novikoff.
Voto: 8/10.


Trama: la storia di Llewyn Davis è ispirata a quella del cantante folk Dave Van Ronk, attivo a New York nei primi anni '60. In particolare si ripercorre un breve lasso di tempo nel quale il cantante, squattrinato e senza una fissa dimora, con il sogno di un ingaggio, rimbalza in maniera molto rocambolesca, attraverso mille peripezie, tra New York e Chicago, trovando sul cammino dei compagni di viaggio alquanto bizzarri.


L'ultimo lavoro dei Fratelli Coen, premiato a Cannes con il Gran Prix della giuria, è un gustoso salto indietro nel tempo: si parla di anni '60, di musica Folk e di un vagabondo musicista di nome Llewyn Davis in cerca disperata di un ingaggio che gli permetta di vivere quanto meno in maniera dignitosa e, perchè no, magari di sistemarsi definitivamente grazie alle uniche due cose che pare saper fare bene: suonare e cantare. Ma la sfortuna gli si accanisce contro in qualsiasi circostanza, anche quando decide di mollare tutto e imbarcarsi come marinaio (che potrebbe anche voler dire che il destino vuole che egli viva sempre in forse, mai in una posizione definitiva, un precario antelitteram) .  
Ha un impresario distratto, Mel, che non pare curarsi di lui più di tanto. Suona in qualche locale dividendo il cestino delle offerte con altri cantanti o musicisti, o sostituisce turnisti malati. Dorme sul divano di chi gli offre ospitalità, la maggior parte delle volte più per pena che per volontà effettiva (Jean e Jim soprattutto, ma anche i Gorfein, una famiglia agiata dell'Upper westside newyorkese). Assistiamo al rapporto incrinato con la sua famiglia che lo porta a fuggire, per poi tornare molto opportunisticamente, per infine trovare la sorella a cacciarlo di casa definitivamente. E allora ancora lo stesso giro, Jim e Jean, divano, audizioni fallite, una famiglia, i Gorfein, che, in nome dell'amore, lo ospitano, ma dai quale pure si fa cacciare. Insomma un tira e molla senza soluzione di continuità. Il tutto collegato da un gatto, il gatto dei Gorfein (il cui nome, svelato solo alla fine del film, si rivelerà molto appropriato) che gli sfugge, poi gli ritorna fra le mani e lo accompagna nel viaggio che egli compie da New York a Chicago con Roland Turner, un musicista jazz eroinomane, oversize e mezzo zoppo, e il suo valletto, Johnny Five, un rockabilly taciturno perennemente con una sigaretta accesa in bocca. Tutto quanto gli gira al contrario. E' odiato da Jean, è odiato da un oscuro signore che trova in un vicolo in cerca di vendetta per le parole poco garbate rivolte durante un'esibizione nel locale di New York, l'unico che gli permetteva di esibirsi e dove, tra l'altro, non riscuoteva nemmeno troppo i favori del pubblico. Il suo partner artistico, Mike, lo aveva lasciato, uccidendosi e mettendo fine al sogno di un duo alla... Simon and Garfunkel (ahah).  


Questo film fa rivivere le atmosfere molto simili a quelle che possiamo respirare in On the Road, il simbolo della Beat Generation, infarcita però di quell'amarezza che solo i Coen sanno imprimere alle storie che raccontano. I momenti esilaranti non mancano, sia chiaro, ma sono sempre portati a corollario di episodi negativi o, per dirla in parole molto povere, fantozziani, che riempiono la vita del protagonista. Ma lui non si abbatte, continua con tutte le sue forze a cercare uno spiraglio di felicità, armato di chitarra e voce e di canzoni che raccontano il viaggio, la ricerca della felicità, della soddisfazione terrena, dell'amore, fraterno e non. Passa sopra a cose anche più importanti, nella ricerca della sua realizzazione artistica. Ma ci sarà sempre qualcosa che andrà storto. E quel gatto, che lo ha fatto uscire pazzo, è la chiave di tutto. Un viaggio è come un cerchio che si chiude. Ma per Llewyn, è un viaggio che pare non finire mai.
A mio giudizio questo è uno dei migliori film dei fratelli Coen, che aggiunge un potente tocco nostalgico e disilluso alla visione del mondo di questa coppia di cineasti. 
Interpretazione sopra le righe per Isaac, Mulligan e Goodman, accompaganti dai soliti personaggi macchiettistici che troviamo in quasi tutti i film firmati Coen Brothers. 
Una colonna sonora che entra nel cuore sin dalla prima nota, una fotografia molto sbiadita, a metà tra il bianco e nero e quell'effetto seppia che fa tanto vintage, come il folk, le cui canzoni non sono mai nuove ma non sono mai vecchie, esistono e sono sempre attuali.   
*Questo 2014, a livello di uscite cinematografiche si sta rivelando una bomba!!!

domenica 2 febbraio 2014

THE WOLF OF WALL STREET


Titolo originale: The wolf of Wall Street;
Anno: 2013;
Paese: USA;
Genere: Biografico/drammatico;
Durata: 180 min.;
Regia: Martin Scorsese;
Soggetto: Jordan Belfort;
Sceneggiatura: Terence Winter; 
Cast: Leonardo Di Caprio/Jordan Belfort; Jonah Hill/Donnie Azoff; Margot Robbie/Naomi Lapaglia; Matthew McConaughey/Mark Hanna; Jean Dujardin/Jean Jacques Saurel; Rob Reiner/Max Belfort; Kyle Chandler/Patrick Denham
Voto: 10.
Trama: La storia di Jordan Belfort da i suoi inizi come broker alla sua caduta dopo essere diventato milionario a capo della sua Società di brokeraggio "Stratton Oakmont" tramite operazioni finanziarie poco ortodosse ai danni degli investitori. Il tutto condito da droghe potentissime e sesso. Tratto dall'omonimo libro autobiografico scritto dal protagonista.


Dopo ben 10 giorni dalla sua uscita, un'infinità di tempo, sono riuscito ad andare a vedere la nuova attesissima pellicola firmata Martin Scorsese che vede per protagonista il suo pupillo Leonardo Di Caprio, mai come quest'anno così vicino dal vincere l'ambito Oscar, premio che mai gli è stato assegnato, forse per sfortuna, ma forse anche perchè questo attore non viene considerato dall'Academy come meriterebbe. Dunque, partiamo subito in quarta: The Wolf of Wall Street è un capolavoro, paragonabile ad altri capolavori Scorsesiani come Goodfellas e Casinò. La storia, così come la racconta Jordan Belfort nella sua opera autobiografica, viene impressa sulla pellicola da Scorsese in maniera perfetta e impeccabile, come suo solito. E' la fiera degli eccessi, dell'immoralità, dell'umanita corrosa dall'avidità, The Wolf of Wall Street. 180 minuti che sembrano mezz'ora, tanto alto è il ritmo della narrazione, con una colonna sonora come al solito perfetta per quanto viene raccontato, con una traccia che fa trasalire il pubblico in sala tanto risulta inaspettata... 


Un cast istrionico al pari della regia, che rimane ancorata al collaudato stile narrativo delle citate pellicole che vedono protagonisti De Niro e Joe Pesci (in questo caso sostituiti alla grande dal duo Di Caprio/Hill), ma stavolta con un incredibile refrain comico che accompagna lo spettatore per tutta la durata del film, anche nei momenti più "pesanti". Ma questa vena comica, scorso l'ultimo titolo di coda, si trasforma in riflessione: il rischio di "esaltazione" di un antieroe come Belfort viene scongiurato proprio con la riflessione che Scorsese, tramite 3 ore di sesso droga e rock'n'roll, induce nello spettatore. Bisogna andare a fondo, molto a fondo, per non cadere nella trappola. Ci sono personaggi all'interno della vicenda, come il padre di Belfort o l'agente FBI Denham, che avvertono dei pericoli in cui sarebbe incorso Belfort quando "tutti i nodi fossero venuti al pettine". 


Scandalizzarsi per le scene "spinte"o i dialoghi scurrili presenti in questo film è inutile quanto scandalizzarsi per le scene sanguinose presenti nei film di Tarantino: è inutile. Sono la rappresentazione perfetta di personaggi che hanno venduto l'anima al dio denaro. E di conseguenza anche le scene risultano senz'anima, nude e crude ed eccessivamente triviali o senza senso. E' un film quasi documentaristico sul mondo di Wall Street, che ci fa capire come il palazzo di cemento armato in cui ha costruito il proprio successo Jordan Belfort, abbia in realtà fondamenta di cartapesta e sin dall'inizio avrebbe dovuto capire che non sarebbe finita bene. E una delle ultime scene del film, quella che contrappone Denham che torna a casa in metropolitana a Belfort che entra in carcere con il pullman della polizia penitenziaria ci aiuta a distinguere tra cosa è bene e cosa è male.
In conclusione, The Wolf of Wall Street è il film dell'anno. Non fermiamoci a condannare Scorsese per la durata eccessiva o per le mille scene di sesso o per i dialoghi troppo volgari. Ha semplicemente trasposto su pellicola ciò che Belfort ha scritto nella sua opera autobiografica. Perchè è così che si deve fare. Wall Street, e in particolare la Stratton Oakmont, è tutto ciò: dollari, puttane e droga. E Scorsese, con l'aiuto di un cast esplosivo, ce l'ha dipinta alla perfezione. Come è solito fare.

sabato 1 febbraio 2014

FILM VERGOGNA - ovvero quei film che mi vergogno di aver visto, ma ancora di più di averli apprezzati.



Dopo le migliaia di top e flop ten stilate in occasione del passaggio dall'anno vecchio a quello nuovo, ecco questo divertente giochino che ci permette di autodenunciarci per la visione e l'apprezzamento di quei film che, se il cinema fosse il mondo della cucina, definiremmo molto facilmente come JUNK FOOD. Insomma il peggio di cui un cinefilo può nutrirsi, lo scarto dello scarto della produzione cinematografica mondiale. 
E andiamo a cominciare. Premetto che non c'è un ordine preciso, questo è un elenco in cui vige la perfetta parità di schifo ma, allo stesso tempo, i film elencati li portiamo anche in un angolo, magari non troppo esposto, del nostro cuore di celluloide: ehm...


- NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI - OGGI. Un film da denuncia (e già il primo non è che fosse sto capolavoro), un sequel inutile quanto Vaporidis che porta i cornetti caldi a Carolina Crescentini e la trova in compagnia di Pierre... Eppure, ogni volta che lo trovo, scorrendo i canali, non riesco a fare a meno di guardarlo. Tutto. Fino alla fine... Non so perchè... Saranno i Mondiali del 2006... Boh. Fritto di Paranza. (Chi l'ha visto, sa.).


- TI AMO IN TUTTE LE LINGUE DEL MONDO: Pieraccioni, il Fabio Volo del cinema italiano. Dopo "I Laureati", ha capito che basta cambiare il titolo del film, la gnocca che si deve fare, LUI, sempre spagnola o latinoamericana (ad eccezione de "I Laureati" in cui si faceva la Cucinotta, la peggiore attrice (???) che il cinema italiano abbia mai conosciuto), qualche dettaglio nella trama e via, il film è fatto. Però oh, a me fa ridere una cifra. Soprattutto la scena iniziale della festa a sorpresa alla moglie che entra in casa parlando al cellulare con l'uomo con cui cornifica Pieraccioni o quella in cui va con Papaleo ad uno speed date spinto... Robe oscene. E Guccini lo manda ad insegnare Educazione fisica a Borgo a Buggiano, giustamente.


- ARMAGEDDON: visto al Cinema, rivisto mille volte in TV ed ogni volta non riesco a cambiare canale, lo devo vedere, per assistere alla scena dell'ascensore sul meteorite e al sacrifizio di Bruce Willis per fare felice la sua bambina e salvare il suo fidanzatino Ben Affleck che lo guarda su uno schermo da Houston (abbiamo un problema?). Demenza spaziale...


-  CLASSE MISTA 3 A: penso che solo il fatto che io abbia visto un film di Moccia possa essere un buon motivo per la chiusura del blog. Leopardare.


- SHADOWHUNTERS: e ne ho anche parlato bene qui. Oh, a me è piaciuto. Non sarà un film indimenticabile, anzi, ma per lo meno non sono uscito dalla sala bestemmiando come dopo I Frankenstein. Expelliarmus!!! (ah no, quello era un altro)...


- RICORDATI DI ME: non poteva mancare Muccino a questa ingloriosa lista di porcherie. Tra l'altro mettiamoci pure dentro la Bellucci che è meno espressiva di un barbagianni in coma. Però me lo sono visto molte volte. (le tafche piene di faffi... da lanciare al fratello Silvio.).


- IL PRINCIPE DELLE DONNE: Eddie Murphy, un'esordiente Halle Berry e una serie di attori di colore sconosciuti. Un film che sai come va a finire dopo i primi 3 minuti. Sei anche tu una Startrekkista? Sì. E via di limoni duri...


- COLLEGE. Sì, QUEL College... Con Federica Moro. Una porcheria che più porcheria non si può. Ma se me lo trovo in Tv me lo guardo sempre. SEMPRE!!! E rido quando i cadetti rubano le mutandine alle collegiali...


- SAINT TROPEZ SAINT TROPEZ: Film comico di bassissima lega che vede tra i protagonisti Serena Grandi, Alba Parietti, Rosanna Banfi, Fabrizio Bracconieri, Jerry Calà e Demetra Hampton... L'avrò visto mille volte. E ogni volta... Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più, come diceva Battisti?


- SPOSERO' SIMON LEBON. Aaaaaaahhhhhh!!! Che recitazione, che sceneggiatura, che Pathos!!! Deejay, DEEJAY TELEVISIOOOOOON!!! SAIMON NON SPOSARTI SAIMON NON SPOSARTI!!!

P.S. Non ho inserito tutti i filmazzi di Lino Banfi tipo "Bar Sport" perchè penso che non sia una vergogna averli visti, anzi, penso proprio che siano film da vedere e custodire gelosamente nella propria videoteca tra uno Scorsese ed un Kubrick... PER SDRAMMATIZZARE...