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mercoledì 31 dicembre 2014

AMERICAN SNIPER di Clint Eastwood


Eccoci all'ultima recensione in anteprima del 2014. Si sa, il dolce arriva alla fine, e quest'anno il dolce si chiama American Sniper. Il grande Clint Eastwood difficilmente sbaglia i propri film. Se proprio vogliamo fare i pignoli, diciamo che quel mappazzone soporifero che risponde al titolo di J Edgar ce lo avrebbe potuto anche risparmiare. Ma per il resto siamo ben soddisfatti dall'ex Biondo di Leoniana memoria che quest'anno ci ha sfornato addirittura due film: American Sniper e Jersey Boys (uscito a giugno in Italia) di cui abbiamo letto solo belle recensioni pur essendo un film musicale (non un musical, intendiamoci), genere non apprezzatissimo da queste parti (e infatti è uno dei film che non abbiamo visto).


American Sniper è un film di guerra. Anzi, è un film sulla guerra. Anzi, correggiamo il tiro: è un film su un eroe americano (Chris Kyle/Bradley Cooper) che ha preso parte alla guerra in Iraq (si arruolò dopo i fatti dell'11 settembre) con il compito preciso di guardare (dall'alto) le spalle ai commilitoni durante le operazioni sul campo di battaglia. E ne ha salvati, di commilitoni. Per converso è stato il cecchino più letale della storia dell'Esercito Americano con un bollettino che registra circa 200 (cifra più, cifra meno) vittime nemiche cadute per mano sua (compresi donne e bambini, precisiamolo). Ma per Chris questo rappresentava un dato secondario. Ciò che lo fece vivere male fu il numero di compagni che egli non riuscì a salvare dai nemici. E, sebbene il numero di compagni morti fosse di gran lunga inferiore a quello dei salvati, Chris non si diede pace. Fatto sta che una volta superato (apparentemente) questo suo cruccio, mentre si stava apprestando a tornare a vivere serenamente, venne ucciso da un reduce in un poligono in Texas, dove viveva con moglie e figli.
Questa la trama in soldoni.


In realtà American Sniper, come ogni film di Clint Eastwood, è un'opera complessa che va al di là della semplice opera biografica. In esso troviamo un po' di tutto: analisi psicologica del protagonista, della moglie (Taya Renae Kyle/Sienna Miller) e di altre figure di contorno, una dose di sano patriottismo che non guasta mai (Flags of our Fathers ne è un esempio) e una nemmeno tanto velata critica sociale (Eastwood ci ha abituati da Repubblicano qual è a schierarsi spesso contro gli stessi ideali della sua "fazione" di appartenenza, come fece in quel gran copolavoro di "Gran Torino"). 
Bradley Cooper incarna alla perfezione il militarone texano tutto Patria, Dio e Famiglia (valori a sua volta tramandatigli dal padre) che diviene "Leggenda" per l'Esercito Americano e "il Diavolo" per le opposte fazioni irachene. Eastwood l'ha scelto non solo per la somiglianza all'originale Chris Kyle, ma anche perchè Cooper dà effettivamente l'idea, con il suo faccione un po' ebete (spero ci perdonino le sue fans), di essere un tipo alla Chris Kyle. E la sua interpretazione è di altissimo livello, quasi a toccare quello raggiunto in American Hustle e Silver Linings Playbook (Il lato positivo) di David O. Russell. Quindi lode a Bradley Cooper.
Eastwood paragona la missione in Iraq con la fallimentare e sanguinosa spedizione vietnamita degli anni 60/70, soprattutto sottolineandone in maniera molto marcata gli effetti sulla psiche dei soldati, in particolare sullo stesso Kyle, rimpatriati dopo la fine del loro servizio in Medio Oriente. La guerra riempie i loro pensieri. Nel silenzio della notte texana Kyle sente ancora esplosioni e colpi di mitragliatrice che altro non fanno che aumentare i suoi sensi di colpa per le morti dei compagni di battaglione che egli stesso doveva proteggere con la sua infallibile mira da cecchino. La guerra gli è entrata nel sangue come un virus che con molta fatica, comunque, anche grazie all'amore della moglie e dei figli, riuscirà a debellare, andando però incontro ad una morte che sa di beffa.


Ma, oltre al critica, Eastwood dedica il film a tutti i soldati che hanno sacrificato la propria vita per una causa non si sa quanto giusta o quanto sbagliata. E il Silenzio suonato in concomitanza delle scene del funerale di Kyle, salutato come un Eroe, è un perfetto epilogo per questo film, capace di fare riflettere sugli orrori della guerra e su ciò che essi provocano a chi, volontariamente o meno, ne ha preso parte. 
Tecnicamente il film è una vera e propria bellezza: montaggio stratosferico, colonna sonora bellissima (curata come al solito dallo stesso Eastwood) e una fotografia da urlo conferiscono ad American Sniper quel velo leggendario che si confa a produzioni del genere (ci vengono in mente "Salvate il soldato Ryan" di Steven Spielberg e ancora "Flags of Our Fathers" dello stesso Eastwood). Sicuramente "American Sniper" è degno di entrare nella lista dei migliori film del 2014, anche se in Italia uscirà solo a capodanno. Siamo curiosi di vedere quali reazioni provocherà nel publlico.
Un bell'8,5 se lo merita tutto.
Luca Cardarelli.


lunedì 29 dicembre 2014

GONE GIRL - L'AMORE BUGIARDO di David Fincher.


Finale d'anno scoppiettante tra uscite natalizie ed anteprime di film in programmazione da capodanno. E' la volta di "Gone Girl", il nuovo thriller di David Fincher il quale, grazie a gioielli del calibro di Seven, Zodiac e Fight Club, può essere benissimo considerato un maestro di questo spettacolare genere che purtroppo conta, ultimamente, più film mal riusciti rispetto a qualsiasi altro genere cinematografico. 
Gone Girl, tratto dall'omonimo romanzo di Gillian Flynn (in questo caso anche sceneggiatrice del film in collaborazione con Fincher), narra le vicende di Nick (Ben Affleck) e Amy (Rosamund Pike), una coppia sposata da cinque anni che vive in Missouri. Il giorno del quinto anniversario Amy, una scrittrice di buona famiglia, scompare. A niente servono gli appelli della famiglia e del marito, così come saranno inutili le ricerche della polizia. Amy pare proprio svanita nel nulla. Man mano che la storia diviene di pubblico dominio si scoprono sempre più dettagli che mettono in cattiva luce Nick, anche grazie ad un'Anchorwoman sensazionalista e gossipara che non perde occasione per sbattere il mostro in prima pagina con continui "J'accuse" che, insieme agli scritti di Amy, non fanno altro che rendere  Nick palese colpevole della sparizione (e della probabile morte) della moglie.


Gone Girl è un Thrillerone di quelli che ormai da troppo tempo non si vedevano nelle sale. Forse solo Prisoners, Nightcrawler e The frozen ground (Il cacciatore di donne) sono gli unici che possono competere con il nuovo e chiacchieratissimo film firmato David Fincher.
Un Thriller vorticoso, caratterizzato da continui ribaltamenti e/o colpi di scena, infarcito di una feroce critica alla società ormai ampiamente manipolata a proprio piacimento dai media, paragonabili a Mangiafuoco con Pinocchio tra le sue mani sudicie. I personaggi che risultano essere lo specchio dei tempi che stiamo vivendo (come la stessa storia) e al solo pensare di incontrarli nella vita reale vengono i brividi.


E' veramente incredibile il modo perfetto in cui David Fincher ha reso un romanzetto nemmeno così eccezionale, a detta di coloro che l'hanno letto prima di gustarselo in versione cinematografica, uno dei migliori thriller movie del nuovo millennio: un montaggio pirotecnico che fa scorrere in maniera paurosamente veloce le due ore e mezza di film, una colonna sonora inquietante quanto basta (avrebbe potuto farne anche a meno, per quanto già i personaggi bastavano e avanzavano ad inquietare lo spettatore) ma ciò che più rimane impresso nella mente di tutti è sicuramente l'evolversi della vicenda al pari dell'evolversi dei personaggi stessi. Non si fa in tempo ad immaginare un finale, che subito arriva una secca smentita, e questo per più volte durante il film. Spiazzante verrebbe da dire. Aggiungeremmo "sbalorditivo" e "schizofrenico" allo stesso tempo. La regia di Fincher risulta talmente accurata e precisa da riuscire ad innalzare alle stelle il già alto livello dell'interpretazione di Rosamund Pike (meritevole quantomeno di una nomination ai prossimi Oscar). Fincher, come se non bastasse, è riuscito persino a rendere Ben Affleck espressivo il giusto per il ruolo affibbiatogli, e questo traguardo pochi, pochissimi registi (probabilmente solo Fincher) sono riusciti ad raggiungerlo. Il finale, poi, è la ciliegina sulla torta. Ma non possiamo scrivere di più, altrimenti poi chi li sente quelli che non hanno ancora visto questa perla Fincheriana?


L'unica cosa che ci sentiamo di consigliare è di non fidarsi di chi critica alacremente l'epilogo della storia.
Grandissimo film, grandissimi attori e grandissimo regista.
Un 9 in pagella se lo merita tutto!!!
Luca Cardarelli.
Recensione pubblicata anche su 1filmalgiorno sito dell'amico Marcello Papaleo con il quale collaboro.



mercoledì 24 dicembre 2014

SAINT VINCENT di Theodore Melfi


A Natale non escono solo Cinepanettoni, e per fortuna, verrebbe da aggiungere. A Natale escono anche film che col Natale poco hanno a che spartire. E' il caso di Saint Vincent, scritto e diretto da Theodore Melfi, regista e sceneggiatore di cui sappiamo poco e niente, se non i titoli dei suoi film precedenti ovvero "Winding Roads" del 1999 e "Roshambo" (qui il trailer) del 2010. 
Saint Vincent racconta la storia di un uomo burbero, sociopatico, alcolizzato e ben oltre la mezza età (Vincent/Bill Murray) che vive in un sobborgo vicino New York e un giorno si vede arrivare come nuovi vicini Maggie (Melissa McCarthy), mamma separata, e il figlio pre-adolescente Oliver (Jaeden Lieberher).


Vincent inizierà a fare da baby sitter a Oliver, perchè Maggie, infermiera, sta più in ospedale che a casa e chiede proprio a Vincent di occuparsene, ovviamente dietro ricompensa.  Oliver e Vincent passeranno numerose ore insieme e il loro rapporto si solidificherà col passare dei giorni. 
Saint Vincent potrebbe apparire come un plagio clamoroso di "About a boy", e in effetti i temi trattati sono pressappoco gli stessi: un uomo solitario, un ragazzo figlio di genitori separati, i rapporti sociali. Ma mentre About a boy ci racconta di come un uomo da "Isola sperduta" può arrivare ad essere parte di un "arcipelago", in Saint Vincent il regista ci fa scoprire come è veramente un uomo che si toglie la sua maschera e ci mostra il suo animo buono, santo, per riprendere il titolo. E i Santi, spesso, in vita non è che fossero proprio degli esempi di virtù, ma, in certe occasioni, agirono in maniera tale da meritarsi tale titolo. E così è Vincent.


Il messaggio di fondo è fin troppo evidente: mai fermarsi alle apparenze. Anche nel peggior sociopatico sulla faccia della terra può nascondersi la così tanto ricercata "nobiltà d'animo" che sembra una merce così rara oggi giorno. 
Il cast, di tutto rispetto, anzi, di prim'ordine, con un Bill Murray in grande spolvero (sembra diventare sempre più bravo man mano che avanza con l'età) , una Naomi Watts incredibilmente a suo agio nei panni di una prostituta ucraina incinta (e per apprezzarla maggiormente è bene vedere Saint Vincent in versione originale, cosa che chi scrive non ha fatto, suo malgrado)  e una Melissa McCarthy che per la prima volta interpreta (ottimamente) un ruolo semi-drammatico (sembrano lontani i tempi di Una Notte da Leoni 3, Le amiche della sposa e Io sono Tu, nonché della sit-com Mike and Molly).
Aggiungiamo al tutto una colonna sonora eccezionale (Si inizia con i Jefferson Airplane e si finisce con Bob Dylan, durante la bellissima scena nella quale scorrono anche i titoli di coda) ed ecco che il gioiellino di Natale è servito, per la gioia di chi non si nutre di soli cinepanettoni e Blockbusters.
Da non perdere. Approfittatene perchè non è dato sapere per quanto tempo rimarrà in programmazione nelle sale italiane.
Luca Cardarelli.


   

domenica 21 dicembre 2014

BIG EYES di Tim Burton


USA, Anni '50. Margaret alias Peggy Doris Hawkins (Amy Adams) è una giovane mamma separata che fugge da Nashville-Tennessee a San Francisco-California con sua figlia Jane (Delaney Rane - Madeleine Arthur) e cerca di rifarsi una vita.

La vera Peggy Doris Hawkins-Margaret Keane

Appassionata di pittura, nella città della famosa Baia non riesce a trovare lavoro se non come decoratrice di culle e a tempo perso dipinge i suoi quadri appostandosi nei mercatini d'arte della città, in cerca di qualche extra. Lì conosce Walter Keane (Christoph Waltz), sedicente pittore cresciuto alla scuola di belle arti di Parigi, città che ama riprodurre nei suoi quadri. Walter ha un buon fiuto negli affari, e osservando Margaret e i suoi quadri ritraenti quasi tutti bambini dagli occhi giganti (definiti, appunto "Big Eyes) viene colto da illuminazione quando vede come questi facciano colpo sulla gente, pur non essendo dei capolavori. Seguendo l'idea Warholiana secondo la quale ciò che ha successo non può non essere bello, Walter inizia a pubblicizzare i quadri anche grazie ad un amico giornalista Dick Nolan (Danny Houston), appropriandosi indebitamente dei lavori di quella che nel frattempo è divenuta sua moglie, ovvero la Signora Margaret Keane (la firma sui quadri era semplicemente "Keane"). Successo e soldi arrivano a palate. Magaret vive praticamente segregata in casa a dipingere mentre il marito gira la città ottenendo fama e consensi al suo posto. Ed è questo che logora il rapporto dei coniugi Keane col passare del tempo. Fino all'inevitabile guerra legale per la proprietà intellettuale dei quadri (e dei soldi).


Tim Burton ritorna ai Biopic confezionando quello che probabilmente è il film meno "Burtoniano" della sua grande carriera. In "Big Eyes" il punto di forza è il cast che vede in Christoph Waltz la sua stella più luminosa. Ma anche Amy Adams non scherza affatto e interpreta uno dei ruoli migliori dopo quelli di Charlene e Sidney in "The Fighter" e "American Hustle" di David O. Russell. Viene resa molto bene da Burton la voglia di rivalsa di quella che prima era una classica casalinga americana succube delle volontà del marito che poi si rimbocca le maniche per ottenere ciò che gli spetta riuscendo a rendere palese il misfatto che si celava dietro tutta la storia tra lei e il marito. E la collaborazione in sede di sceneggiatura con la vera Margaret Keane è stata decisiva in questo senso.

  
Burton ci "dipinge" alla perfezione una storia realmente accaduta, ma talmente incredibile e bizzarra da apparire inventata di sana pianta. Ed è proprio qui che sta la "Burtonianità" del film. Mentre nei vari Edward Shissorshand, Sleepy Hollow, Sweeney Todd e Alice in Wonderland erano i personaggi ad essere "Weird", qui è tutta la storia ad esserlo, mentre i personaggi sono persone che rientrano più o meno nella normalità (ma attenzione all'ultima mezz'ora di Waltz). Certo, non mancano dei dettagli che sottolineano che dietro la macchina da presa ci sia Burton (le scene in cui Margaret è in preda alle allucinazioni ne sono un esempio), che sanno di "firma autentica" del visionario regista. Ma chi si ponesse davanti a questo film senza conoscerne l'autore farebbe molta fatica ad indovinare che si tratti proprio di lui. Ciononostante il film si regge benissimo per tutta la sua durata, ponendo su un altissimo piedistallo il due volte Premio Oscar Waltz che raggiunge livelli di teatralità degni del Colonnello Hans Landa di "Inglourious Basterds" e del Dr. King Schultz di "Django Unchained".
Molto accurate anche la fotografia e la colonna sonora (con l'onnipresente Lana del Rey) capaci di riprodurre alla perfezione le atmosfere dell'epoca in cui si sono svolte le vicende narrate.
Big Eyes è un ottimo film che risolleva la reputazione di Burton andata un po' scemando dopo Alice in Wonderland e Dark Shadows, sicuramente opere non riuscite alla perfezione, ma forse eravamo noi ad essere abituati troppo bene dal darkeggiante regista di Burbank.  
Nelle sale dall'1 gennaio 2015.
Luca Cardarelli

      

domenica 14 dicembre 2014

TORNERANNO I PRATI di Ermanno Olmi.


In occasione del centesimo anniversario dell'inizio del conflitto più sanguinoso del ventesimo secolo, ovvero la prima guerra mondiale, chiamata non a caso "La Grande Guerra", Ermanno Olmi sforna quello che è probabilmente il miglior film italiano del 2014. Torneranno i prati concentra nei suoi soli 80 minuti di durata tutto ciò che è la guerra. Dalle trincee del fronte orientale, simili a ferite che incidono la carne già oltremodo martoriata del Bel Paese, Olmi ci rappresenta ciò che è morte, dolore, paura e distruzione.


Un gruppo di soldati abbandonati a se stessi, che vivono come topi in una baracca costruita nel sottosuolo, sempre in bilico tra la vita e la morte,  in attesa della fine del conflitto e di una resa nemica che non arriva mai. L'intervallo tra un colpo di mortaio e l'altro significa "vita". E durante la "vita" i soldati ricordano i propri cari, tra la lettura di una lettera di un familiare, una sorsata di brodo, un boccone di pane e una canzone melodica napoletana cantata dalla sentinella di turno. L'azione del film, tratto dal racconto del 1921 "La Paura" ad opera di Federico De Roberto, si svolge nell'arco di una sola notte. Viene dato ordine di creare un collegamento radio spostandosi dalla trincea ad un punto non distante da essa. Il problema è che il percorso che il soldato scelto dovrebbe compiere, in mezzo a metri di neve, potrebbe trasformarsi in un mortale campo minato per colpa del chiaro di luna che lo illumina a giorno e del contrasto tra il colore candido della neve e il verdone scuro della divisa del militare. Da questa considerazione nascono tutti i pensieri e le preghiere di ogni membro della truppa.


Una fotografia che è molto più del semplice "effetto seppia" da molti sottolineato: i toni dei colori sono quasi annullati in un semi bianco e nero che, oltre ad evocare l'atmosfera cupa dell'ambiente ove si svolge l'azione, rappresenta il tentativo del regista di farci entrare appieno nella storia, per farci quasi assaporare ogni singolo ingrediente del piatto freddo e grondante sangue, lacrime e dolore che è stato il primo conflitto mondiale.


Lunghi silenzi, primi piani angoscianti, dialoghi dei personaggi con la macchina da presa, quasi ad assumere un tono ammonitorio nei confronti dello spettatore come a dire "Meditate, che questo è stato", un po' a ricordare la poesia introduttiva di Primo Levi a "Se questo è un uomo", perchè una volta cessato il conflitto, una volta che i prati saranno tornati, nessuno possa dimenticare o far finta di non sapere.
Luca Cardarelli

                                                                                                                                               
Questa recensione è pubblicata anche sul sito 1filmalgiorno.com dell'amico Marcello Papaleo.                                                                                                            

martedì 9 dicembre 2014

INTERSTELLAR: E' IL CUORE CHE SCRIVE.



Avevo un po' di timore ad addentrarmi in quella giungla fittissima e ingarbugliatissima di significati, emozioni, pensieri filosofici e teorie (fanta)scientifiche che è l'ultimo, grande film di Christopher Nolan. Avevo un po' di timore perchè ne hanno già parlato e scritto molti, se non tutti, chi in maniera molto positiva, chi in maniera altrettanto negativa. 
Premessa doverosa: ero quasi tentato di non partecipare alla fiera parolistica su Interstellar. Perchè? Non lo so. Non mi andava. Punto. Ma poi ho pensato: "ma chi se ne frega? Io ora mi metto a scrivere, e vediamo che mi viene fuori". Ed eccomi qua. 
Ormai credo l'abbiate visto tutti, quindi inutile avvisarvi in caso di spoiler.
Interstellar è un film maestoso, in tutti i sensi: Cast super stellare (come al solito nei film del nostro amato Chris), regia magnifica, montaggio da manuale, sceneggiatura PERFETTA (si mettano il cuore in pace coloro vedono buchi da tutte le parti), fotografia e colonna sonora DA OSCAR (prendete nota, o membri dell'Academy). 
Oggi smetto la divisa da pseudocritico per scrivere questa recensione col cuore in mano. Perchè in ENTRAMBE le visioni di Interstellar le emozioni sono state talmente forti, e talmente belle, che i possibili difetti che un occhio critico e distaccato avrebbe potuto notare, i miei, accecati dalla meraviglia per tanto splendore cinematografico, non li hanno proprio considerati e/o visti. Interstellar è uno di quei film che si guardano "con il cuore", perchè è questo che Nolan vuole. Il cineasta londinese, che continuerò a ringraziare ad vitam per quel capolavoro assoluto che è la Trilogia del Cavaliere Oscuro, non voleva assolutamente girare un documentario sui viaggi interstellari, né tanto meno plagiare il grande Stanley Kubrick di 2001 - A Space Odissey, paragone abusato nelle tante recensioni lette finora. Una cosa è certa, vi sono numerose citazioni di quel capolavoro, in Interstellar. Ma come avrebbe potuto farne a meno, dato il genere di film in oggetto? E' come se l'allievo abbia omaggiato il Maestro, senza superarlo, sia chiaro (non sia mai, eh).


Tutta la storia è una sorta di valanga emozionale che travolge lo spettatore: il rapporto padre/figlia, il senso di responsabilità nei confronti del genere umano del quale un gruppo di persone sente l'enorme peso sulle spalle, il coraggio di affrontare ciò che nessuno mai aveva, prima di allora, affrontato, sia esso il tracollo del pianeta Terra e di conseguenza del genere umano, sia esso un buco nero da attraversare, il tempo, lo spazio, la gravità, la pentadimensionalità. Tutto questo è Interstellar. E tutti questi punti vengono toccati da Nolan, anzi, dai fratelli Nolan, con estrema maestria e dovizia di particolari. Il tutto incorniciato in una fotografia da pelle d'oca e una colonna sonora maestosa e meravigliosa (grazie ancora, Maestro Zimmer) che, se possibile, acuisce ancora di più le emozioni che il film già di per sè suscita nello spettatore "di cuore" e non "di testa".


Scordatevi le critiche per eventuali inesattezze scientifiche. Scordatevi i "buchi di sceneggiatura". Scordatevi gli "haters" radical schic che sputano sentenze negativissime su questa immensa opera solo per essere "diversi". Ma poi diversi da chi? da cosa? Ok, Interstellar può non piacere, e non ci piove. Ma si leggono in giro critiche che vanno ben oltre il gusto personale. Ben oltre la critica cinematografica. Certe critiche hanno scritto in faccia "demolisco Interstellar perchè fa figo". ma in fondo, sono sicuro che il film inizierà a piacere un po' a tutti, anche a coloro che inizialmente lo hanno visto come "l'ennesima americanata dal budget multimilionario, superficialmente filosofico e dello stesso valore scientifico che ha una rivista come Focus".


La verità, amici, è che Interstellar va oltre. Va oltre le critiche. Va oltre il comune pensare "di cinema". Perchè Interstellar E' CINEMA all'ennesima potenza. E con la stessa forza arriverà al cuore di chi si lascerà travolgere dalle immense emozioni che questo immenso film è capace di suscitare.
ANDARE OLTRE è il grande significato di questo capolavoro. Interstellar è amore. E l'amore, si sa, è l'unica cosa che trascende lo spazio ed il tempo.
Grazie di cuore, Christopher. Grazie di cuore, Jonathan. Grazie di cuore, Hans. Grazie di cuore INTERSTELLAR.


Recensione pubblicata anche da 1filmalgiorno, sito dell'amico Marcello Papaleo. 

lunedì 8 dicembre 2014

STORIE PAZZESCHE (Relatos salvajes). No Spoiler.


Ogni tanto è bello arrivare in sala senza avere la benché minima idea di che tipo di film ci stiamo apprestando a guardare. 
Prima di sederci per assistere a "Storie Pazzesche" le uniche informazioni in nostro possesso erano solo il titolo del film e il nome del regista (Damian Szifron). Dalla cartella stampa apprendiamo che si tratta di un film "a episodi", il che, per noi italiani che per "film a episodi" intendiamo quelli trash anni 90 o quelli appartenenti alla famosa "commedia sexy" all'italiana, non è bene. Ma... C'è un "Ma". Il film è argentino, tratta di gente "che dà fuori di matto" e dietro tutto c'è quel buontempone di Pedro Almodovar. Non può dunque essere una trashata alla Fratelli Vanzina. E infatti non lo è.


In totale il film si compone di sei episodi. Il genere questi sei episodi, completamente slegati l'uno dall'altro, spazia dal grottesco al pulp, ma lo sfondo è sempre semi-comico, e la morale di ogni episodio porta ad evidenziare i difetti più comuni che si possono trovare in qualsiasi individuo faccia parte della società cosiddetta "civile". Forse il primo episodio, ambientato su un aereo, è l'unico veramente leggero, che probabilmente serve da "aperitivo" alla cena di "guai" e situazioni estreme al limite del reale (ma plausibilissime) che Szifron sta per servirci.


In tutti gli episodi è presente una forte componente "tarantiniana" che fa da fil rouge per tutto il film. Dialoghi, personaggi, situazioni e soluzioni delle vicende citano platealmente il regista che del citazionismo spinto ha fatto il suo marchio di fabbrica, rendendo così tutta l'opera (che dura ben due ore) godibilissima, talmente godibile che lo spettatore vorrebbe averne ancora e ancora. In tutte le storie narrate lo spettatore è portato ad immedesimarsi nei personaggi portati in scena, poichè trattasi di storie di di ordinaria quotidianità (come può essere prendere una multa per divieto di sosta o litigare con un automobilista che non si fa sorpassare) che però sfociano in situazioni straordinariamente drammatiche o, addirittura, tragiche.




Uno stile di regia efficacissimo, una colonna sonora azzeccatissima e temi di scottante attualità fanno di Storie Pazzesche un ottimo film indipendente che potenzialmente può dar "fastidio" a prodotti commerciali destinati alla grande distribuzione.   
Abbiamo deciso di non scrivere di più sui singoli episodi per lasciare immacolata la curiosità di chi volesse andare a vedere Storie Pazzesche, sperando che la solita, lacunosa e insensata distribuzione italiana non lo penalizzi in vista dei cinepanettoni che invaderanno le sale nel periodo natalizio. 
Al cinema dall'11 dicembre.



giovedì 4 dicembre 2014

MAGIC IN THE MOONLIGHT

Photo Courtesy of Warner Bros. Entertainment Inc.

Ed eccoci al film dicembrino scritto e diretto da un Woody Allen che ha voluto conlcudere la sua "Quadrilogia europea". Infatti dopo il bel "Vicky Cristina Barcelona", il fortunatissimo "Midnight in Paris" (2011) e il miserabile "To Rome with love" (2012), arriverà, per l'esattezza il 4 dicembre prossimo venturo, anche "Magic in the Moonlight", col quale l'istrionico autore Newyorkese torna alla sua amata Francia, stavolta in Provenza/Costa Azzurra, con una storia ambientata alla fine degli anni '20 che vede Colin Firth ed Emma Stone nei panni rispettivamente del burbero illusionista disilluso Stanley/Wei Ling Soo e della sedicente medium Sophie. 

Photo Courtesy of Warner Bros. Entertainment Inc. 

Stanley viene ingaggiato dal fraterno amico Howard Burkan (Simon McBurney) per smascherare Sophie, sospettata di usare i suoi "poteri" per truffare ricchi Signori sprovveduti in villeggiatura in Costa Azzurra. Dopo svariati tentativi andati a vuoto è sul punto di rinunciare alla sua missione, complice anche un'infatuazione malcelata nei confronti della bella sensitiva. 

Photo Courtesy of Warner Bros. Entertainment Inc.

Magic in the Moonlight è un film leggero, basato su dialoghi brillanti che accompagnano lo spettatore in una spensierata e piacevole ora e mezza fatta di battute sottili, gag simpatiche con twist e finale forse un po' telefonati, ma tutto, comunque, ottimamente sceneggiato dall'occhialuto regista americano. Potremmo facilmente etichettarlo come uno dei film minori di Woody Allen, sulla scia dei due già sopra citati, senza tralasciare altri film come "Scoop" (dove però compare anche nel cast degli attori), ovvero tutti quei filmetti che intervallano le produzioni di filmoni di cui lo sappiamo capace, ultimo fra tutti quel "Blue Jasmine" che è valso un bell'Oscar alla meravigliosa e bravissima Cate Blanchett. Nonostante questa doverosa premessa, Magic in the Moonlight si fa ben volere per la bravura dei protagonisti (Colin Firth, soprattutto, eccezionale), le ambientazioni meravigliose del Sud della Francia di fine anni '20 del novecento e i bellissimi costumi.  
Un'ottima alternativa al noioso e trash cinepanettone de noantri.

Photo Courtesy of Warner Bros. Entertainment Inc.


Questa recensione è pubblicata anche sul sito Un film al giorno dell'amico Marcello Papaleo. 

martedì 2 dicembre 2014

IS IT WORTH IT OR NOT? – THE IMITATION GAME DI M. TYLDUM


Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle amiche Beatrice (autrice del pezzo) e Giulia Elettra: Pane, Amore e Cinema.


Matematico, logico, crittografo: Alan Turing era una mente brillante, un prodigio con la sconfinata passione per la risoluzione dei problemi.  Passare dal completare un cruciverba a decriptare Enigma, il sistema usato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale per rendere incomprensibili i propri messaggi, non è stato certo immediato. Ci sono voluti anni di sacrifici, di sconfitte e piccole vittorie fino a culminare con la creazione di una macchina in grado di decifrare le comunicazioni tedesche, comportando così il  salvataggio di milioni di vite e la fine anticipata della guerra. Alla base di questo ennesimo ed enormemente illustre problema risolto della sua vita, risiede un semplice ragionamento: e se la mente umana non fosse in grado di sconfiggere una macchina? Se così fosse, perché allora non creare un’altra macchina per uno scontro equo? Macchina contro macchina. È da questa semplice idea che è successivamente nato quello che noi usiamo ogni giorno, per svago o per lavoro, il computer.  Alan Turing, uno dei padri dell’informatica e grande risolutore. I contributi che ha apportato alla storia sono infiniti, eppure la sua vita è stata tormentata, la sua figura passata in secondo piano. Il segreto di stato imposto intorno ad Ultra, cosi venne chiamato il programma a cui Turing e i suoi colleghi lavorarono al centro di crittoanalisi di Bletchley Park per vincere la guerra, di certo contribuì a farlo rimanere nell’oblio per molto tempo, ma non fu solo questo.  Alan era un omosessuale non dichiarato, e quello che tutti oggi dovrebbero dare per scontato al tempo non lo era. Non c’era libertà sessuale, l’omosessualità, considerata al pari di un atto osceno, era un reato.  Messo difronte alla scelta tra il carcere e la cura ormonale, Turing decise per la seconda e da lì in poi la sua vita si spense gradualmente. Come è successo a molte grandi personalità che con le loro menti hanno largamente condizionato ed influenzato la nostra storia, il genio del matematico inglese è stato riconosciuto molto dopo la sua morte. La regina Elisabetta II gli ha concesso una grazia postuma solo nel 2013: una presa in giro, come sostenuto dallo stesso attore che l’ha interpretato, che non lenisce minimamente il danno arrecato al matematico di Manchester. Nell’ottica di questa sua grande storia, delle sue vittorie e dei suoi più grandi drammi, The Imitation game ha l’enorme pregio di portare all’attenzione di tutti e di mettere in primo piano, dove merita, una vita segnata. Di spingere lo spettatore ad emozionarsi di fronte ad una pagina della storia poco esplorata.


È inoltre una storia d'amore. Il giovane Alan e il suo compagno di classe Christopher Morcom, un personaggio chiave della vita del matematico, un legame profondo che durerà ben oltre la morte del suo amico, e che lo spingerà a dare alla sua macchina il nome del suo più grande amore. Alan Turing e Christopher sempre insieme, in un modo o nell'altro. Il film gode di una sceneggiatura solida, Graham Moore celebra a parole la vita del protagonista, colpisce in modo semplice ed immediato la coscienza degli spettatori e impregna il tutto di un pungente humor inglese che strappa spontanee risate. Non a caso questa sua fatica è stata in vetta alla Black list 2012, la lista Hollywoodiana delle migliori sceneggiature non prodotte dell’anno. Al posto di comando abbiamo il talentuoso regista norvegese Morten Tyldum, già autore di film di successo come Buddy e Headhunters, che ci racconta la storia come un padre racconta una fiaba ai propri figli, ci pone dinnanzi la vita di un uomo e ne esamina ogni dettaglio con transporto e devozione. E la sua pellicola riesce con enorme successo nel suo scopo primario:  quello di esplorare, rendere giustizia e celebrare nel migliore dei modi l’esistenza e il lavoro del matematico ed avvicinare le persone ad un personaggio intricato quanto i puzzle che amava tanto risolvere.


E, punto fondamentale, non cade nel facile tranello del dramma fine a sé stesso evitando di ascrivere il film al servizio della tragica fine del protagonista, e concentrandosi invece su ciò che l’ha reso grande agli occhi del mondo. In questo ultimo caso l’attaccamento al personaggio, dopo due appassionate ore passate con lui, è tale da provocare in ogni caso rabbia e commozione per il rispetto e gratitudine che avrebbe dovuto abbondantemente ricevere in vita, e di cui invece è stato privato. Colonna sonora sublime di Alexandre Desplat, di diritto tra i migliori compositori di sempre, pittore di note e accordi. Capitolo finale, il cast. E’ risaputo che un film, seppur scritto e diretto superlativamente, perda significato senza un cast di alta qualità. Ovviamente non è questo il caso, i personaggi storici delineati nel film si confondono con gli attori, creando un tutt’uno tra realtà e finzione, tra storia e vita, tra film e documentario.


Come la macchina creata da Turing, il cast prende vita propria, si fa corpo e mente del film conferendo veridicità ed emotività. Charles Dance, Keira Knightley Matthew Goode, Mark Strong, Rory Kinnear, il fior fiore della scuola di recitazione inglese. Benedict Cumberbatch merita un capitolo a parte, la sua interpretazione è la principale artefice della riuscita del messaggio del film. È grazie a lui che ci appassioniamo alla vita di Turing, è grazie a lui che soffriamo e ridiamo con lui, ed è sempre grazie a lui che realizziamo quanto ci siamo persi, quanto poco sappiamo di lui, quale importanza ha avuto e avrà nel tempo. Benedict Cumberbatch si fa Alan Turing e, seppur per due sole ore, lo riporta in vita, ce lo presenta e ce ne fa innamorare. Precisamente quello a cui miravano tutti coloro che hanno lavorato al film. 
Missione compiuta, puzzle risolto, codice decriptato.
Preparatevi a uscire dalla sala migliori, appagati e soddisfatti.
Nelle nostre sale dal 1° Gennaio 2015
Voto 9/10
Beatrice Montresor



mercoledì 19 novembre 2014

I TONI DELL’AMORE

Ecco a voi la prima recensione dell'amica e collega Giulia, amministratrice del blog Pane, Amore e Cinema.


Love Is Strange, 2014, USA; durata: 100 min.
Regia: Ira Sachs
Produttori: Lars Knudsen & Jay Van Hoy, Ali Betil & Blythe Robertson
Sceneggiatura: Mauricio Zacharias & Ira Sachs
Direttore della fotografia: Christos Voudouris
Costume designer: Arjun Bhasin
CAST
John Lithgow: Ben
Alfred Molina: George
Marisa Tomei: Kate
Charlie Tahan: Joey
Darren Burrows: Elliot

"Love is strange" è una storia multi generazionale che passa al setaccio i diversi modi in cui ognuno di noi vive l'amore - e quel che ci aspettiamo - in momenti diversi della nostra vita." Così Ira Sachs (Keep The Lights On, Arsenico e Vecchi Confetti), regista de I Toni Dell'Amore, ci introduce alla sua ultima fatica, acclamata alla scorsa edizione del Sundance Film Festival. Di storie d'amore il cinema è pieno, ma che cosa avrà voluto aggiungere di nuovo questo giovane, indipendente regista? Facciamo un passo indietro, e vediamolo subito.
Ben e George sono una coppia. Vivono insieme da più di 3 decenni ed hanno una casa - con mutuo corredato - dalle parti di Chelsea, New York City. Con l'approvazione delle leggi matrimoniali a favore delle unioni tra persone dello stesso sesso, organizzano un'intima cerimonia, alla quale partecipano familiari - in particolare i 2 nipoti di Ben, Elliot, felicemente sposato con Kate e padre dell'adolescente Joey, e Mindy - ed amici. Tutto fila liscio come l'olio, ma per poco. George, che insegna musica in una scuola cattolica, viene licenziato - a quanto pare la curia non ha accettato il fatto che sia sposato...con un altro uomo. Perdere il lavoro con un mutuo sulle spalle significa solo una cosa: vendere l'immobile e cercarne uno più abbordabile, possibilmente in affitto. E nell’attesa che si risolva questa soluzione, sono gli amici e la famiglia a mettersi a disposizione.


Come dichiarato dal giovane regista I. Sachs, il film intende mettere in luce le 3 fasi principali di un rapporto amoroso: l'amore maturo, incarnato da Ben e George; l'amore in crisi, qui rappresentato dalla (in)felice coppia Elliot e Kate; e la scoperta dell'amore, il percorso che Joey intraprenderà durante questa ora e mezza di pellicola. Ma la verità è che solo uno dei 3 momenti viene analizzato, nelle sue difficoltà; i restanti vengono abbozzati e abbandonati o risolti frettolosamente. La storia si dipana linearmente verso un finale alquanto prevedibile. Momenti di tensione (familiare) e difficoltà si alternano a qualche battuta dalla facile presa sul pubblico (perchè solo George non conosce Game of Thrones, e non può saperne il suo fascino) e situazioni paradossali ("Non riesco a dipingere con gente in giro, perdo la concentrazione" asserisce Ben in una scena in cui la disperata Kate cerca di lavorare al suo nuovo romanzo, ma non può perchè c'è zio Ben che la disturba continuamente).


Il vero punto di forza del film sono le interpretazioni, su tutte quelle di Alfred Molina/George (Spiderman 2, Frida) e John Lithgow/Ben (Voglia di Tenerezza, Il Mondo Secondo Garp) che con poche scene condivise riescono a dare vita a 2 personaggi reciprocamente innamorati, costretti a vivere il loro amore sotto 2 tetti diversi. Il loro rapporto è così reale che in più di una scena rischia di di essere “lacrimogeno”, anche per quelli che si reputano “cuori di pietra”.  Marisa Tomei/Kate (premio Oscar per Mio Cugino Vincenzo, The Wrestler) dà vita ad un personaggio che per gran parte della pellicola è dimesso e sottotono, sprigionando invece la sua vera natura verso il finale. Poco spazio viene dedicato alla scoperta dell'amore, tinteggiato ambiguamente come d'altronde è la fase adolescenziale che attraversa Charlie Tahan/Joey.


Ma a farla veramente da padrona c'è lei: la musica, a cui per altro allude il titolo italiano della pellicola. George, post licenziamento, vive grazie alle ripetizioni di pianoforte ai suoi ex alunni. Ah, se solo Chopin avesse potuto sentire la libera interpretazione della ragazzina! Beh, l'avrebbe ripresa ed indotta a riprendere da capo il brano, proprio come lui l'aveva composto. E non è un caso che un autore così romantico sia stato scelto per musicare gran parte del film, il cui tema portante è proprio l'amore: i suoi waltz, le sue sonate e i suoi notturni ben si addicono ai caratteri dei vari personaggi.
Il film, come anticipato, non innova o aggiunge nulla di nuovo alle dinamiche amorose, rimanendo una storia "classica". E seppur possa apparire da queste parole che il film non ci sia piaciuto, chi ha visionato la pellicola è uscita dalla sala con il cuore in mano...e qualche lacrima in meno in corpo. Perché, in fondo, I Toni Dell'Amore ha il pregio di trasmettere una grande, non troppo scontata, lezione di vita: che voi siate gay, etero, neri, bianchi, poco importa: amate, e non abbiate paura di essere giudicati. 
Buona visione...e ascoltate tanto buon F. Chopin!
Al cinema dal 20 novembre 2014.
Giulia Elettra Caramello



THE HUNGER GAMES - MOCKINGJAY (Il canto della rivolta)


Come per tutte le saghe, anche Hunger Games, tratta dall'omonima trilogia romanzesca firmata Suzanne Collins, è arrivata al suo capitolo finale. Un capitolo finale che, come è ormai (brutta) usanza, è stato diviso in due ulteriori capitoli, più per questioni commerciali che per reali esigenze di sceneggiatura (basti pensare ad "The Hobbit", per il quale un romanzo di 200 pagine è diventata una trilogia cinematografica da quasi 9 ore).


La prima parte di Mockingjay (letteralmente tradotto "Ghiandaia imitatrice", diventato misteriosamente "Il canto della rivolta" che, comunque, non è un brutto sottotitolo) ci presenta uno scenario che sembra la summa di quelli di tutti i film "distopici" più famosi, da "Blade Runner" a "Matrix": il fantomatico "Distretto 13", una specie di covo segreto sotterraneo, accoglie al suo interno Katniss Everdeen (una stralunata Jennifer Lawrence) dopo la sua fuga dai ribelli inferociti per il suo abbandono dell'Arena. Lì troverà la "Presidentessa" Coin (Julianne Moore) con Plutarch Heavensbee (P.S. Hoffman, che riposi in pace) , Gale (Liam Hemsworth), Finnick (Sam Claflin), Effie Trinket (Elizabeth Banks) e il sobrio Haymitch Abernathy (Woody Harrelson). la presidentessa e Plutarch vedono in Katniss il simbolo della futura rivolta dei distretti riuniti contro la malvagia Capitol City, dove un sempre più cattivo Snow (Donald Sutherland) tiene in ostaggio, facendogli pure il lavaggio del cervello, l'ormai dato per morto Peeta Mellark (Josh Hutcherson), cui Katniss è ancora profondamente legata.
Durante le prime due ore di "racconto" assistiamo alla fase preparatoria della battaglia risolutoria tra i distretti riuniti e Capitol City e il regista Francis Lawrence ci fa avvicinare all'esplosione della rivolta finale in maniera talvolta un po' lenta, con improvvisi scatti di sceneggiatura mixati sapientemente a sequenze action molto esplosive e spettacolari.
Inoltre viene resa ottimamente la lenta, ma inesorabile, trasformazione del personaggio di Coin, che dapprima sembra essere un capo dei ribelli che si mette sullo stesso piano di questi, ma poi, verso la fine, subisce il fascino diabolico del potere, risultando quasi un personaggio analogo a quello di Snow, e quindi estremamente negativo.


Il cast, stracollaudato, non delude: Jennifer Lawrence si conferma regina della scena, seppur in maniera un po' più diluita rispetto a i primi due capitoli della saga. Nota di merito, inoltre, per la sua ottima performance canora all'interno del film.
Ciò che sorprende è l'evoluzione di Josh Hutcherson, che era sempre sembrato un po' troppo dimesso rispetto ai suoi due colleghi Hemsworth e Claflin: infatti, complice anche un Peeta alienato, risulta perfetto per il ruolo affidatogli.
Ottime come al solito le prove di Elizabeth Banks e Woody Harrelson, con una punta di commozione verso Philip Seymour Hoffman, cui la pellicola è dedicata, come apprendiamo all'inizio dei titoli di coda.
Attendiamo, quindi, la seconda parte che si preannuncia estremamente succulenta e non priva di emozioni e colpi di scena.


Nei cinema dal 20 novembre 2014.

mercoledì 12 novembre 2014

NIGHTCRAWLER - LO SCIACALLO



L'incubo della disoccupazione spinge Louis "Lou" Bloom a vivere di furti e ricettazione. Il resto del tempo lo passa su internet seguendo svariati corsi online e cercando l'illuminazione per fare carriera.
L'occasione gli si presenta una notte, sull'autostrada. Incidente appena avvenuto. Si ferma, forse per curiosità, forse per altro. Fatto sta che vede precipitarsi sul posto un videoreporter con assistente al seguito. Scopre così che, con una videocamera e un cb che capta le frequenze della polizia, può dare la tanto agognata svolta alla propria vita, sia dal punto di vista economico che da quello professionale. Basta sapere il luogo di un incidente o di un delitto e recarvisi prima di tutti, portare il video girato ad una delle mille emittenti televisive di Los Angeles, e i soldi sono assicurati.
Jake Gyllenhaal è Lou Bloom, in un film scritto e diretto da Dan Gilroy, al suo esordio da regista, ma già sceneggiatore in film come "The Bourne Legacy" e "Real Steel".
Quello che Gilroy ci mostra è la crudezza e la crudeltà non solo di Lou, ma di tutti i personaggi che gli girano intorno, ad eccezione forse del suo assistente Rick, un senzatetto raccolto dalla strada grazie al miraggio di stipendio e crescita professionale assicurati, che rimane l'unica persona "normale" che vediamo ne "lo Sciacallo".
Bloom, al pari di Nina (Renè Russo), la direttrice della rete cui lo sciacallo affida i propri video, non si fa troppi scrupoli sul lavoro. Il primo obiettivo sono i dollari. Così come per un telegiornale il primo obiettivo è lo "Share". E questi due fattori sono strettamente legati: più share, più dollari.


L'attività di videoreporter free-lance ormai è un lavoro che, grazie ai social media come Youtube, è esploso in tutto il mondo. Orde di "Youtubers", spesso armati solo di cellulare, lottano tra loro a suon di video "updatati" sul proprio canale, riprendendo non solo avvenimenti strani come un cane che corre sullo skateboard, ma scaraventandosi letteralmente sulle scene di incidenti e delitti per documentare per primi l'accaduto e vendere il proprio servizio alle Tv. Travalicando spesso il confine dell'etica e del politically correct.


Potremmo quindi affermare che ciò che ci mostra Gilroy nel suo film non è niente di nuovo o strano. Ma qui entra in gioco l'abilità del regista nel rappresentarci una storia da brividi con protagonista un Jake Gyllenhaal mai visto così in forma dai tempi di Donnie Darko (anche se in "Prisoners" la sua prova da sbirro ossessionato è stata più che apprezzabile).
Proprio come uno sciacallo Gyllehaal appare smunto in viso, con un espressione da pazzo psicopatico sempre stampata in faccia e dotato di una freddezza degna di personaggi alla Hannibal Lecter, giusto per fare un esempio.
E come uno sciacallo Bloom gira di notte in cerca di "prede" che possano dargli da sopravvivere in una città come Los Angeles dove quotidianamente ricchezza e povertà convivono e spesso si scontrano. Più è povera la vittima, meno sarà l'interesse dell'Audience nei confronti della notizia che lo vede protagonista, e, di conseguenza, minore sarà la ricompensa per averla data. E allora bisogna dirigersi verso i quartieri alti, ove qualsiasi cosa desta lo scalpore della gente. Un morto a 5 stelle è un evento che rimane sulla bocca di tutti per molto tempo e, di conseguenza, la notizia verrà ricordata per più giorni anche dai telegiornali.


Quello che sconvolge è il modo in cui Bloom manipoli gli accadimenti a proprio piacimento, con l'unico scopo di farci più soldi possibili, non guardando in faccia nessuno, unitamente ad un vero e proprio "Squalo" del giornalismo televisivo, Nina, che getta ulteriormente benzina sul fuoco rendendosi complice e per certi versi anche mandante delle malefatte di Bloom.
Ciò che ne viene fuori è un pirotecnico Thriller/Action Movie in cui tutto gira alla perfezione: fotografia, colonna sonora, scene ad inseguimento, interpretazioni, montaggio e sceneggiatura sono quasi privi di difetti, se non perfetti.
Il finale è uno dei più sorprendenti di questa stagione e lascerà davvero a bocca spalancata gli spettatori.
Si desume, tirando le somme, una critica feroce al mondo dei media sia on line che televisivi, ove tutto viene in secondo piano rispetto a fama e denaro. Media che non sono altro lo specchio di una società ormai priva di valori e corrotta in ogni sua parte.
Un film "Lo Sciacallo" che centra perfettamente il bersaglio e che ha tutti i crismi del "cult", pur nascendo da una produzione semi-indipendente.
Un film che farà parlare di sé.
Nelle sale italiane dal 13 novembre 2014.


Questa recensione è pubblicata anche sul sito Un film al giorno dell'amico Marcello Papaleo.

martedì 4 novembre 2014

STILL LIFE



Ci sono film che fanno da segnalibro nella nostra vita perché visti in concomitanza di un evento o un periodo che ci ha cambiati profondamente. Il 25 ottobre 2014 la mia mamma ha improvvisamente deciso di dirci addio (che poi è un arrivederci). Mentre Vi scrivo sono ancora (e chissà ancor per quanto lo sarò) traumatizzato da questo triste evento. Ma bisogna farsi forza e andare avanti, pur con una enorme cicatrice sul cuore, qual è la dipartita di un genitore (qualunque età avesse avuto, sarà sempre TROPPO PRESTO).
Dicevamo dei film segnalibro... Ecco... Giovedì 30, ripreso il tran tran lavorativo, ho anche deciso di recarmi insieme al mio fidato nonché migliore amico Michele nel cinema parrocchiale sede di un cinecircolo che ogni settimana proietta film già ampiamente fuori programmazione nelle sale "normali": il film di cui Vi parlerò è Still Life di Uberto Pasolini con un fenomenale Eddie Marsan in un "quasi" Oneman Show dai contorni un po' macabri.


Ero totalmente ignaro, come lo era Michele, del tema trattato dal film. Non so se sarei andato a vederlo se mi fossi precedentemente documentato. 
Still Life parla di un impiegato municipale (John May/Eddie Marsan) che si occupa di cercare parenti di persone defunte in totale, apparente, solitudine. E anche di cercare di portarli al relativo funerale. Ma, pur riuscendo a rintracciarli, non riesce mai a centrare il secondo obiettivo. 
John conduce una vita totalmente all'insegna dell'abitudinarietà e, come gli stessi defunti oggetto del suo lavoro, della solitudine. Vestito sempre alla stessa maniera, pasti sempre identici, casa-ufficio-chiesa (funerali)-ufficio-casa. Da 22 anni.


Ma un giorno tutto cambia: causa la crisi a John viene notificato dal capo (uno stronzo con la "S" maiuscola) il licenziamento. Gli viene data però la possibilità di portare a termine il suo ultimo caso. Billy Stoke è il nome del defunto che, guarda caso è anche il suo vicino di casa.
Still life è un piccolo grande gioiello di film. in sè racchiude un'ampia gamma di temi tutti ampiamente sviluppati con una dolcezza e una delicatezza da pelle d'oca: la solitudine, la morte, l'amore.


Il film si lascia guardare molto facilmente, emozionando, intristendo ed infine sollevando lo spettatore grazie ad una sequela di eventi che John vive in primissima persona che ricalcano esattamente la trattazione argomentativa dell'intero film. Solitudine, morte, amore. E poi ancora morte, quando la vita sembra prendere il sopravvento. Come in un triste girotondo senza soluzione di continuità.
Still Life, che è si "Natura morta", ma regala un soffio vitale di speranza per quando, il più tardi possibile (si spera), non ci saremo più.
Ampiamente consigliato. magari non andatelo a vedere dopo un evento estremamente luttuoso come ho, involontariamente, fatto io.



Ciao Mamma.