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sabato 30 novembre 2013

THOR - THE DARK WORLD


Titolo originale: Thor - The dark world;
Anno: 2013;
Paese: USA/Islanda;
Durata: 112 min;
Genere: Cinecomic supereroistico;
Regia: Alan Taylor;
Cast: Chris Hemsworth/Thor; Antony Hopkins/Odino; Tom Hiddleston/Loki; Natalie Portman/Jane Foster; Cristopher Eccleston/Malekit; Kat Dennings/Darcy Lewis;
Voto: 6.

Trama: il dio del tuono questa volta è alle prese con Malekit, capo degli elfi oscuri, sconfitti millenni prima da Bor, padre di Odino: oggetto del contendere è l'Aether, fluido dotato di un potere enorme ma molto oscuro, che venne nascosto dallo stesso Bor nel mondo oscuro. 
Millenni dopo Jane Foster scopre, a Londra, un luogo in cui la gravità cessa di agire, viene risucchiata nel mondo oscuro e l'Aether penetra in lei, rendendola così un bersaglio appetitoso per chi si volesse impossessare del magico fluido (Malekit). Thor dunque va a recuperarla sulla terra per portarla ad Asgard. Gli elfi oscuri si destano e decidono di iniziare una guerra attraverso tutti i nove regni per far tornare a regnare l'oscurità. 


Eccoci al secondo capitolo della saga del dio del Tuono, incominciata con il film diretto da Branagh e proseguita da quello diretto da Taylor, salito agli onori della cronaca per la direzione di alcuni episodi delle serie TV "I Soprano" e "Il Trono di spade". Il film in se è divertente, vivace e contraddistinto da una bella fotografia fumettosa (mi ha ricordato a tratti quella adottata per "300" di Zack Snyder). La Marvel ci ha abituato alla spettacolarità dell'azione, e anche in Thor - The Dark World questo elemento non manca assolutamente. Diciamo che mi sento di promuovere il film, se non altro per il cast di alto livello (Hemsworth e Hiddleston su tutti, ma senza dimenticare Eccleston, Portman e Hopkins che se la sono cavata abbastanza bene anche loro).  Note di demerito: 
a) il solito, inadeguato, eccessivo numero di gag inserite per il volere della Disney, per smorzare i toni di una storia altrimenti degna del titolo "The Dark World". Si ride, e ho riso, mio malgrado, in media ogni 3 minuti soprattutto durante le scene che vedono impegnati insieme di due fratelloni Thor e Loki (grandioso Hiddleston, la vera star del film, anche se lo si vede relativamente poco durante tutto il film);
b) il modo in cui è stato portato in scena da Taylor Malekit, il Villain: battute che si contano sulle dita di una mano, per di più alcune delle quali pronunciate in una lingua che non esiste, sottotitolata, e numero limitatissimo di scene in cui compare il medesimo. Ciononostante Eccleston è riuscito  non sfigurare.
c) i soldati di Malekit sembravano usciti da una puntata dei Power Rangers, per come si muovevano e per come erano abbigliati e truccati. Si poteva fare decisamente di meglio, considerato il budget messo a disposizione per questo film;
d) la trama è a tratti confusa, ma è un dettaglio, visto che sono ben chiari sia il prologo (spiegone soporifero all'inizio del film) che l'obiettivo finale dei protagonisti. Ma in un cinecomic questo non è poi un così grande difetto, tutto sommato. 


Non mancano le scene "fan service" in cui spunta un personaggio che non ti aspetti proprio, o in cui Hemsworth fa sfoggio del fisico palestratissimo alimentando i sogni erotici del pubblico femminile (paraculi, direi io, quelli della Marvel-Disney). 
Infine devo sottolineare come, ancora, ci sia gente che non sa che i cinecomic della Marvel non finiscano mai col primo "nero", ma contengano almeno due scene nascoste dopo i titoli di coda. Proporrei ai gestori dei cinema di apporre un cartello di avviso fuori dalla sala.

martedì 26 novembre 2013

HOURS


Titolo originale: Hours;
Anno: 2013;
Paese: USA;
Genere: Drammatico/catastrofistico;
Durata: 100 min ca.
Regia: Eric Heisserer (anche sceneggiatore);
Cast: Paul Walker/Nolan; Genesis Rodriguez/Abigail; 
Voto: 7,5/10
Trama: New Orleans, 23 agosto 2005: Nolan e Abigail corrono in ospedale per l'imminente venuta alla luce della loro primogenita. Sfortunatamente la nascita della piccola coincide con la morte di Abigail. La bambina dovrà, inoltre, passare le prime 48 ore di vita con una flebo nel braccino nonchè attaccata ad un respiratore. Intanto, fuori, l'uragano Katrina travolge la città e Nolan si ritrova da solo nell'ospedale appena evacuato. 


Ero alla disperata ricerca di qualche film interessante da guardare quando mi sono imbattuto nel faccione di Paul Walker, che tutti abbiamo ammirato (per dire eh) nei panni di Brian O'Conner, protagonista insieme a Vin Diesel/Dom Toretto in "Fast and Furious". Ohibò, ho pensato. Così mi sono guardato questo "Hours", opera prima (come regia) di Eric Heisserer, già sceneggiatore del prequel, bruttino, de "La cosa" e del quinto episodio della saga di "Final Destination".


"Hours" è innanzitutto un "one man movie", cioè un film in cui, per quasi tutta la sua durata, è presente un solo personaggio. Quindi è un film che posso definire "a rischio cassa": o il ritmo è vivace o click, avanti il prossimo. Ebbene, il test "ritmo" è superato molto brillantemente, grazie all'abilità di Walker e anche grazie ad una sceneggiatura precisa e accurata in ogni dettaglio, che gioca con "la lotta contro il tempo" in modo da non far mai capire a chi guarda come andrà a finire. L'azione del protagonista è scandita da diversi tentativi di trovare una soluzione al suo problema che è, principalmente, quello di  non far spegnere tramite una carica manuale il respiratore artificiale che tiene in vita la bimba appena nata (la batteria, difettosa, ha inizialmente 3 minuti di autonomia, che man mano che passa il tempo diventano 2 minuti e 40, fino ad arrivare a 1 e 30). Ma poi sopraggiungono anche altri problemi, come le flebo che finiscono, il pannolino da cambiare, le scorte di cibo esaurite. Insomma una sfiga dietro l'altra. Walker  si dimostra un buon attore drammatico a dispetto di chi lo ricorda solo come un abile pilota automobilistico tamarro e monoespressivo. Apprezzabile anche il costante ping pong tra servizi telegiornalistici sull'uragano Katrina, conditi da immagini di repertorio autentiche, e l'uragano emozionale che vive il protagonista, sia nel presente, lì, da solo in uno stanzino di un ospedale vuoto e semiallagato, che nel passato, con continui flashback in cui ricorda le tappe principali della sua storia con Abigail, dal primo incontro, passando per la proposta di matrimonio, fino al concepimento della bimba e alla corsa in ospedale. Il tutto ci è presentato come un tentativo da parte di Nolan per far sapere alla bimba chi era sua mamma (anche appoggiandole delle foto sull'incubatrice), e colmare così una lacuna pesantissima nella sua vita futura.


Non mancano nemmeno i colpi di scena sul finire del film, ma non spoilero per chi se lo volesse gustare appieno, magari dopo aver letto questa mia recensioncina. 
Un film, Hours che i sento di consigliare, che mi ha emozionato e inquadra bene il dramma di un amore perso, la speranza di un amore futuro e la lotta per la sopravvivenza, a tutti i costi.


lunedì 25 novembre 2013

MACHETE KILLS



Titolo originale: Machete kills;
Anno: 2013;
Durata: 118 min;
Genere: Commedia/exploitation/splatter/azione/parodistico/fantascienza/comefosseantani...
Regia: Robert Rodriguez;
Cast: Danny Trejo/Machete Cortez; Amber Heard/Miss San Antonio; Michelle Rodriguez/She; Carlos Estevez/presidentedeglistatiunitidamerica; Demian Bichir Najera/Mendez; Cuba Gooding Jr.-Lady Gaga (Le Chameleon) - Antonio Banderas - Walton Goggings/El Chamaleon; Mel Gibson/Luthor Voz; Demian Bichir/Mendez; Sofia Vergara/Madame Desdemona.
Voto: 8/10 (livello ignoranza superpower). 


Trama: Machete viene assoldato dal presidentedeglistatiunitidamerica per impedire a Mendez, malato di sdoppiamento della personalità (buono/cattivo), di far partire un missile puntato contro la casa bianca collegato con il suo cuore (se il cuore smette di battere, si innesca il missile).


Quando si ha a che fare con Robert Rodriguez e con i suoi film (tra i quali Dal Tramonto all'Alba, Planet Terror, Machete) la difficoltà nello scrivere una recensione è molto alta. Perchè Machete kills è la parodia di se stesso. Tutto è esagerato all'ennesima potenza, dai dialoghi grotteschi, alle scene in cui vi sono sparatorie, alle scene di sesso. Non lo si può prendere seriamente. Il film, a livello di trama è molto semplice. Ma chi guarda un film di Rodriguez, della trama, non gliene importa un fico secco. Come per il recente "Pacific Rim" di Del Toro in cui l'importante era vedere i robottoni che facevano il culo agli alieni, nel film dell'amichetto di Tarantino l'importante era vedere Machete smaciullare chicchessia. E così è "Machete Kills". La stragrande maggioranza di quelli che l'hanno visto ha gradito, eccome. Un po' di sana ignoranza, nel cinema, non ha mai fatto male a nessuno. E Machete Kills, nella sua immensa ignoranza, è un capolavoro. I dialoghi, sempre portati al massimo della tamarraggine (e talvolta degni di una puntata di un anime mecha a caso) da qualsivoglia personaggio, fanno sì che le altrettanto ridicole e spericolate "evoluzioni" dei protagonisti (tipo Machete a cavallo di un missile) e gli effetti speciali, anch'essi volutamente "spicci", risultino divertenti ed appassionanti. Perchè il tutto porta lo spettatore a pensarla come Rodriguez: "più è tamarro, più piace". Più piace, più diventa tamarro, fino alla conclusione che penso sia l'apice del culmine della tamarraggine galattica (scena post titoli di coda inclusa). Questo è il cinema che piace a R.R., fatto di arti mozzati, esplosioni, colori supersgargianti sia per quanto riguarda la fotografia che per i costumi, polpa di pomodoro a fiumi, parolacce e gag comiche o tendenti decisamente al comico e citazionismo spinto che si trasforma quasi sempre in parodia. 


Per quel che riguarda il cast, i personaggi principali sono sempre Machete e Luz (più il pazzo Mendez, interpretato da Demian Bichir Najera, già visto nella serie "The Bridge") , attorno ai quali girano una serie di superstar del cinema e della musica come Cuba Gooding Jr, Lady Gaga, Antonio Banderas e Mel Gibson, in parti molto limitate (poco più che dei "Cammeo"), seppur importanti ai fini della trama. Si è notato molto bene come gli stessi si siano divertiti a non prendersi sul serio, offrendo il fianco alle pugnalate artistiche di Rodriguez e della sua banda di pazzi. Danny Trejo è il solito roccioso vecchio, dalle battute stringate, ma efficacissime (Machete non twitta, Machete vuole bene a tutti, Machete qua e Machete là) e dalla passione per le armi da taglio, preferite a pistole e fucili. E poi ci sono le solite "bonazze" Tex-Mex (Sofia Vergara e le sue soldatesse) che vanno sempre bene.


Applauso per la scena di sesso "censurata" con la sovrimpressione "indossate i vostri occhiali 3D" (simpaticissima critica alla tecnologia che avanza). 

domenica 17 novembre 2013

THE CANYONS


Lo so, avrei dovuto scrivere la recensione di questo film che ho appena guardato. Ma non ce la faccio. Il film durava 99 minuti (titoli di coda compresi). La prima cosa degna di nota succede al minuto 92. Per il resto mi è sembrata la trasposizione cinematografica di un romanzo alla "50 sfumature di grigio" e, tra l'altro, mi pare di aver sentito in un'intervista su "Coming Soon" che il personaggio principale si chiami Christian proprio in onore, e che onore, del protagonista del romanzo di cui sopra. Bene penso di aver sprecato anche troppo tempo su questa pellicola. Alla prossima.  

QUESTIONE DI TEMPO


Titolo originale: About time;
Anno: 2013;
Paese: UK;
Durata: 115 min.
Genere: Drammatico/sentimentale/fantascienza;
Regia: Richard Curtis;
Cast: Domnhall Gleeson/Tim; Rachel McAdams/Mary; Bill Nighy/Padre di Tim;
Voto: 6/10

Trama: Tim è un giovanotto che abita in Cornovaglia insieme alla sua famigliola felice. Allo scoccare dei 21 anni il padre gli rivela che tutti gli uomini appartenenti alla famiglia hanno un dono: possono viaggiare nel tempo, ma solo a ritroso. Il primo pensiero che viene in mente a Tim, abbastanza sfigatello con il gentil sesso, è quello di poter finalmente trovare la donna della sua vita. Dopo qualche tentativo sfortunato, incontra Mary.


Finalmente sono riuscito a vedere questo film, di cui avevo sentito parlare molto bene. 
La storia d'amore tra Tim e Mary è molto "mainstream" per non dire "Straight edge" (si incontrano, si piacciono, si fidanzano, si sposano, hanno dei bambini) senza eccessivi colpi di scena o litgi o consueti tiraemolla delle storie d'amore che spesso vediamo nei film cosiddetti "sentimentali". La particolarità del film starebbe nel fatto che il protagonista può rimediare a situazioni "sfortunate" andando indietro nel tempo, ma non è la cosa più originale di questo mondo, dato che abbiamo tanto di trilogia di "Ritorno al Futuro" o "The Butterfly effect" che trattano lo stesso argomento, per altro esaurientemente. E allora vi chiederete per quale motivo vi consiglio la visione di questo film? Beh, non saprei, non saprei proprio, anzi, potete benissimo bypassarlo a meno che non vogliate vederlo per verificare che quelle che sto scrivendo non siano ignobili fandonie. Avrei dovuto cercare una qualche morale, tipo: per quanto tu riesca a rendere perfetto qualcosa aggiustandolo a tuo piacimento rivivendo lo stesso momento più volte, alcune cose non le potrai mai modificare, o meglio, ci sarà sempre qualcos'altro che dovrai sistemare per colpa del cosiddetto "effetto farfalla". Ma questo è lo stesso identico messaggio che scaturisce, appunto, da "The Butterfly effect". L'unica cosa che salvo è il modo in cui il regista (che ci aveva già deliziato con il natalizio evergreen "Love Actually") ci presenta il rapporto tra Tim e il padre, con il quale egli può confidarsi, e grazie al quale capirà cosa è veramente importante nella vita: che talvolta bisogna fare scelte anche dolorose e che, potendo, bisogna vivere due volte lo stesso giorno, per non perdersi il bello delle piccole cose che altrimenti non noteremmo vivendo in preda alle preoccupazioni quotidiane (poteva comunque essere maggiormente approfondito almeno quest'ultimo punto). Insomma nulla di nuovo, tutto già visto. Certo, l'ambientazione della Cornovaglia e dei sobborghi di Londra rende il pacchetto più grazioso e la storia, per come è stata messa in scena, è abbastanza commovente e in parte drammatica e strappalacrime. Pensavo però, prima di vedere "Questione di tempo", che i veri protagonisti fossero i due innamorati, e invece la vicenda si incentra molto di più sull'amore per la famiglia di Tim (padre, madre, sorella alcolizzata ma riportata sulla retta via grazie al "dono") , piuttosto che la storia d'amore enfatizzata dalla  locandina ingannevole tra Tim e Mary (una Rachel McAdams un po' emarginata dalla storia).


Un film ben girato, che non mi ha annoiato ma che, tuttavia, mi ha lasciato abbastanza indifferente. Una sufficienza stiracchiata sento di dargliela comunque, se non altro perchè mi è sempre piaciuto il concetto di "viaggio nel tempo". 

venerdì 15 novembre 2013

PRISONERS


Titolo originale: Prisoners;
Anno: 2013;
Paese: USA
Durata: 156 min.;
Genere: Thriller;
Regia: Denis Villeneuve;
Cast: Hugh Jackman/Keller Dover; Jake Gyllenhaal/Detective Lockee; Paul Dano/Alex jones; Melissa Leo/Holly Jones; Terrence Howard/Franklin Birch;
Voto: 7/10
Trama: Giorno del ringraziamento: le figlie di Keller Dover e Franklin Birch scompaiono misteriosamente dopo pranzo, mentre giocavano nel giardino davanti a casa Birch. Iniziano le ricerche ad opera degli stessi Birch e Dover, e della polizia, le cui operazioni sono capitanate dal Detective Lockee. Tutti i sospetti ricadono su Alex Jones, trovato dalla polizia su un camper che era parcheggiato davanti a casa Birch poco prima che le bambine sparissero. Ma Jones viene rilasciato poco dopo per mancanza di prove. All'uscita dalla Centrale Jones, accompagnato dalla madre adottiva con la quale vive, viene rapito da Keller Dover il quale lo tiene  prigioniero per estorcergli informazioni sul luogo in cui si trovano le due bambine.


Premettendo che ormai stupire il pubblico è diventato estremamente difficile, soprattutto quando si tratta di Thriller, Prisoners è stata una bella rivelazione. Non siamo di fronte ad un capolavoro, certo, ma comunque un buon film (rarità in questo periodo) che, a dispetto delle 2 ore e mezza di durata, non presenta alcun tempo morto, facendo rimanere incollati allo schermo gli occhi di chi guarda per tutti i 156 minuti  (e, per una volta, ringrazio la multisala per non aver interrotto la proiezione con l'odioso intervallo tra due tempi).


I ritmi sono serrati dall'inizio alla fine, i personaggi principali sono ben tratteggiati dal regista e i twist, seppur abbastanza prevedibili, sono stati messi in scena molto bene. Lo stile del film mi ha ricordato "Il cacciatore di donne", di natura però diversa, in quanto Prisoners non è tratto da storia vera. Finalmente posso sostenere che Gyllenhaal abbia offerto una buona prestazione attoriale, agevolato forse dal ruolo che gli permetteva di spaziare tra il "Donnie Darko" dallo sguardo alienato al giornalista interpretato in "Zodiac", pronto a raccogliere qualsiasi dettaglio per giungere alla soluzione del caso. Hugh Jackman, toltosi di dosso (ma poi nemmeno più di tanto) i panni di "Wolverine", appare come un bravo padre di famiglia tutto "caccia e chiesa" che perde il lume della ragione, confermando la regola secondo la quale un buono, se fatto incazzare, risulta più pericoloso di un delinquente psicopatico. Peccato solo che il colpevole del rapimento venga smascherato molto in anticipo rispetto alla fine del film (e se ci sono riuscito io, vuol dire che era veramente facile individuarlo per chiunque) . Ma la suspence non viene meno, anzi, man mano che il film volge al termine sale sempre di più. E il  merito va attribuito in parti uguali a regia e sceneggiatura. Per il resto pochi fronzoli, colonna sonora praticamente inesistente e storia parecchio angosciante. 




lunedì 11 novembre 2013

AUGURI LEO.



Tanti auguri Mr. Di Caprio! 39 anni, 25 film all'attivo, entrato nelle grazie di Registi del calibro di Spielberg, Scorsese e Tarantino:  un attore talmente poliedrico e "capace", che non riesco a spiegarmi come diavolo possa non aver ancora vinto un Oscar. Sarà forse la sua faccia, a dispetto dell'età, ancora da "ragazzino" ad influenzare le giurie dell'Academy. Non so. L'importante è che lui ci sia e che continui sulla sua strada. Prima o poi i riconoscimenti arriveranno.


Ma il premio più importante resta, comunque, l'apprezzamento del pubblico, quello che paga il biglietto, quello "vero". Io sono cresciuto con lui, dai tempi di "Genitori in Blue Jeans", passando per "Buon Compleanno Mr. Grape", "Romeo + Giulietta", "Titanic", fino ad arrivare a filmoni come "Prova a Prendermi", "The Departed", "Inception", "Django Unchained" e "Il Grande Gatsby". E sono in fremente attesa di "The Wolf of Wall Street", film in cui farà coppia nientepopodimenoche con Robert De Niro... Tanti auguri Leo.



domenica 10 novembre 2013

BEFORE MIDNIGHT



Titolo originale: Before Midnight;
Anno: 2013;
Paese: USA/Grecia;
Durata: 108 min.;
Regia: Richard Linklater;
Cast: Ethan Hawke/Jesse; Julie Delpy/Celine;
Voto: 7,5/10.
Trama: Jesse e Celine, genitori di due gemelline, sono in vacanza in Grecia. Dopo una lunga passeggiata in riva al mare, raggiungono una camera d'albergo offerta in regalo degli amici conosciuti lì. 


Eccolo il terzo capitolo della trilogia del "Prima". Dopo l'alba e il tramonto, arriva la mezzanotte. Ritroviamo i due protagonisti, Jesse e Celine, ancora insieme, che hanno dato vita ad una nuova famiglia. La struttura del film è molto simile a quella dei due precedenti capitoli: Lunghe conversazioni, mai banali. In macchina, a tavola, in riva al mare e in una camera d'albergo, con sullo sfondo bellissimi paesaggi greci. Il tema centrale, stavolta, è il rapporto forse un po' usurato tra Jesse e Celine. Lei, dubbiosa sul suo futuro lavorativo; lui, che vorrebbe trasferirsi in America per stare più vicino al figlio di primo letto, Hank, che sta attraversando quella fase della vita in cui la presenza del padre è molto importante. Questi due argomenti sono forieri di discussioni, a tratti litigiose, a tratti molto litigiose. I due protagonisti sono oggi più che maturi e i sogni e i desideri dei primi due episodi hanno lasciato spazio ai ricordi, ma soprattutto ai rimpianti. Le discussioni leggere e spensierate del passato hanno lasciato spazio alle recriminazioni reciproche, tipiche dei litigi tra partners dopo tot anni di convivenza, più o meno felice. Fino ad arrivare ad un pericoloso punto di non ritorno.  
Il rischio, per questo film, era quello di scadere, più che nel "già visto" (perchè, in effetti, è "già visto"), nel "già sentito", essendo i dialoghi l'ingrediente che ne costituisce le fondamenta. Ma Linklater, insieme agli stessi Hawke e Delpy, è riuscito a dare il giusto equilibrio anche in questo terzo film della saga "Before...". Non ci si annoia. Anzi, proprio come nei due film precedenti, si arriva ad un certo punto che ci si chiede "E ora? Cosa succederà?". E anche la fine del film è simile alle due precedenti. Ci sarà dunque un quarto capitolo? 


Ethan Hawke e Julie Delpy hanno fornito anche in questo film una prestazione eccellente, il regista ha deciso di non stravolgerne nè la struttura narrativa nè la tecnica, essendo entrambe già ampiamente collaudate e apprezzate dal pubblico. Un film delizioso come i precedenti, molto "intelligente" e assolutamente non deludente, a dispetto del pensiero di coloro i quali si aspettavano una mezza fregatura. Da vedere e rivedere e rivedere ancora, anzi, da farci le maratone insieme agli altri due. 

sabato 9 novembre 2013

AS I LAY DYING (Mentre morivo)



Titolo originale: As I lay dying;
Anno: 2013;
Paese: USA;
Regista: James Franco;
Durata: 120 min. ca;
Protagonisti: James Franco/Darl Bundren; Logan Marshall Green/Jewel; Tim Blake Nelson/Anse; Ahna O'Reilly/Dewey Dell; Beth Grant/Addie Bundren; Jim Barrack/Cash;
Voto: 4/10
Trama: Primo '900. Regione del Mississippi. Addie Bundren, donna di una famiglia di poveri contadini, muore. Suo marito e i suoi figli decidono di realizzare le sue ultime volontà trasportando il suo corpo nella città di Jefferson ed ivi di seppellirla. Il viaggio sarà lungo e pieno di insidie.
  

Tratto dal romanzo di William Faulkner, "As I lay Dying" è un film diretto da James Franco presentato all'ultima edizione del Festival di Cannes, fuori concorso, nella sezione "Un Certain Regard". Ebbene, ammetto di non aver mai sentito nominare né l'autore del romanzo né tantomeno il romanzo stesso ma, se devo essere sincero, raramente mi sono trovato davanti ad un film così pesante, sia tecnicamente (continui sdoppiamenti dello schermo, rallenty, silenzi interminabili, dialoghi ermetici e monologhi molto introspettivi) sia per la storia, che Franco ha trasposto dalla carta alla pellicola.
Ciascuno dei personaggi nasconde dei segreti più o meno terribili e Franco è molto abile nel farceli conoscere pian piano durante tutto il film.
Un film angosciante, difficile da decifrare, in alcuni punti molto crudo, anche dal punto di vista del linguaggio (uno slang "ciancicato" tipico delle regioni del sud degli Stati Uniti). 
James Franco si conferma un regista/attore molto versatile ed eclettico, capace di passare da argomenti leggeri ad altri molto pesanti, come quelli di questo suo ultimo lavoro, ma ciò non è comunque garanzia di qualità. Bisognerebbe guardarlo più di una volta, questo film, per capirne meglio i meccanismi ma, sinceramente, non muoio dalla voglia. 
Decisamente dimenticabile.

giovedì 7 novembre 2013

CRONENBERG, KUBRICK, TARANTINO E... CHECCO ZALONE

Questa settimana è stata all'insegna degli sfoghi e delle polemiche. 
L'altro giorno, leggendo qua e là sui vari siti, blog e social networks, ho trovato una caterva di condivisioni di questa notizia sconcertante (http://cinema.fanpage.it/david-cronenberg-sbotta-kubrick-non-capiva-nulla-di-horror-e-shining-non-e-un-gran-film/). Ho dapprima sgranato gli occhi e poi, per capire meglio di cosa si trattasse, ho letto l'intero articolo. Sdegno totale. Già il fatto che Cronenberg, ovvero l'autore di quell'abominio cinematografico chiamato "Cosmopolis",


critichi Kubrick (che non può nemmeno replicare, tra l'altro) è una cosa che mi raccapriccia. Inoltre, si è addentrato nella critica andando a toccare quello che per molti, se non per tutti, è un vero e proprio capolavoro del genere "Psicho/Thriller/Horror: Shining. Non si può, non è possibile, non è umanamente concepibile sostenere che Shining non sia quantomeno un bel film. 


Io sono di parte, lo ammetto, ma ancora mi sto arrovellando il cervello nel tentativo di capire per quale oscuro e bizzarro motivo prima Stephen King (l'autore del romanzo da cui è tratto il film) e poi Cronenberg si siano scagliati contro il Nostro amato Stanley e la sua pellicola entrata nella storia come uno dei film più inquietanti ma, nello stesso tempo, apprezzati dal pubblico e dai critici di mezzo mondo. Forse è  proprio questo che il buon David non ha digerito. Ed è per questo stesso motivo che è andato a definire Stanley Kubrick "un regista commerciale" (risate, risate, risate). Ma andiamo avanti. 


Sempre leggendo qua e là, ho anche scoperto che esiste un gruppo, spero ristretto, di persone che giudica Quentin Tarantino "un pagliaccio", e, in particolare, "Pulp Fiction" un film come tanti altri, per altro nemmeno tanto bello. Ora, sul fatto che Tarantino e Pulp Fiction possano piacere o non piacere, non ci metto becco. Ma sul fatto che Quentin sia un pagliaccio, ma soprattutto sul fatto che "Pulp Fiction" sia un film come tanti altri, mi sento eccome di dissentire, e aggiungo che ciò mi causa un moto di rabbia mista a commiserazione nei confronti di chi possa anche lontanamente pensarla una cosa del genere. Pulp Fiction è stato un vero e proprio "boom", un film che ha reinventato, insieme a "Le Iene" un genere, appunto il Pulp. Come se non bastasse è stato una grandissima fonte di ispirazione per un sacco di nuovi film usciti dal 1994 in poi. E questi mi vengono a dire "E' un film come tanti altri". Probabilmente tanti film sono come Pulp Fiction, ma non viceversa. In quella pellicola sono presenti musiche, dialoghi, situazioni e personaggi UNICI nel loro genere, rese ancora più pregevoli dalla sapiente arte registica di Tarantino, nonchè dalla estrema bravura degli attori a cui egli si è affidato per realizzarli. 


Infine vorrei solo accennare ad una questione che dal 31 ottobre sembra non avere soluzione: "Sole a catinelle". Lungi dal essere snob o fare la figura del radical chic che guarda solo film afghani con sottotitoli in rumeno, mi ha dato estremamente fastidio l'enfasi con cui è stato accolto il nuovo film che vede protagonista Checco Zalone "Sole a catinelle". Distribuito in più di mille cinema italiani, in più copie per cinema, ha racimolato, a una settimana dalla sua uscita, più di 20 milioni di Euro al botteghino. 


Io non ce l'ho con Checco Zalone (che tra l'altro mi fa anche parecchio ridere), nè tanto meno con chi lo va a vedere (io stesso andai a vedere "che bella giornata) ma con chi ha in mano la distribuzione cinematografica italiana. Non è possibile che un film, pur molto simpatico e strapparisate come questo (a leggere le numerose recensioni), occupi intere programmazioni nei cinema di tutta Italia, a discapito di altri prodotti, magari anche premiati nei vari festival internazionali, che vengono distribuiti poco e male e di conseguenza vengono ritirati quasi subito dalle sale. Mi riferisco a film come Miss Violence, se ancora qualcuno non l'avesse capito. Ma come questo ci sono molti altri film meritevoli di considerazione, che spesso non vengono nemmeno distribuiti (a quanto pare "Nimphomaniac" di Lars Von Trier, forse a causa dei contenuti troppo "hot", ma non è un buon motivo comunque). Ammetto che Zalone aiuterà moltissimo gli esercenti e, più in generale, l'intera industria cinematografica italiana, ma finchè i soldi guadagnati verranno reinvestiti per produrre lo stesso genere di film, il cinema italiano, dimenticati i fasti di un tempo ahimè remoto, non farà mai il tanto sospirato salto di qualità.   

mercoledì 6 novembre 2013

ENDER'S GAME



Titolo originale: Ender's game;
Anno: 2013;
Paese: USA;
Durata: 120 min. ca;
Regia: Gavin Hood;
Protagonisti: Asa Butterfield/Ender Wiggin; Harrison Ford/Col. Hyrum Graff; Ben Kingsley/Com. Mazer Rakham; Abigail Breslin/Valentine Wiggin; Hailee Steinfeld/Petra Arkanian; Moises Arias/Bonzo.
Voto: 7/10

Trama: in un prossimo futuro la Terra corre il pericolo di un'invasione dei Formic, alieni somiglianti a giganti formiche, che già in un primo momento avevano fatto irruzione sul Pianeta, ma erano stati contrastati e sconfitti per merito di un giovane Mazer Rakham. Temendo un ritorno di questi alieni, si allestisce una "scuola di guerra" i cui alunni, cresciuti a pane e videogichi, vengono scelti tra i più meritevoli, intelligenti e abili. Ender's fa parte di questa Elite e viene prelevato dalla propria famiglia dal Colonnello Graff, convinto che sia il degno erede di Rakham. 
Ben presto la convinzione che sia effettivamente così si allarga tra tutti i veterani al comando della scuola.


Tratto dall'omonimo romanzo di Orson Scott Card e mai trasposto, fino ad oggi, in chiave cinematografica, Ender's game è un film Sci-fi che possiamo definire "per ragazzi", ma che al suo interno, contiene una forte critica alla Società contemporanea in cui il fine giustifica sempre i mezzi.  vediamo infatti come Harrison Ford, nel ruolo del colonnello senza scrupoli Hyrum Graff, decida di sottoporre ad un duro addestramento, volto alla definitiva vittoria del genere umano sul popolo alieno dei Formic, dei ragazzini la cui età non supera mai i 18 anni, allenandoli tramite battaglie simulate sia in prima persona, che attraverso dei videogames che ne carpiscono i tratti principali del carattere per metterli al servizio dell'esercito. Ed Ender si rivela subito, all'età di dodici anni, il migliore di tutti, in qualsiasi campo, diventando a tempo di record un ufficiale di comando. La critica sta nel sottolineare come Graff non consideri dei ragazzini tali, ma degli uomini fatti e finiti, privi di qualsiasi tipo di emozione, paura, sentimento ed etica morale. Il fine è l'annientamento del (presunto) nemico e tutto deve essere pensato e fatto dai suddetti ragazzini in funzione di questo scopo.
Assistiamo così a scene che rimandano al Film Full Metal Jacket, ovvero al campo di addestramento di Perrry's Island, dove il sergente Hartman faceva marciare i suoi allievi marines a suon di filastrocche più o meno volgari, in cui rimproverava con ogni genere di epiteto chi si rendesse protagonista di un'azione sbagliata o chi semplicemente non ce la facesse a superare un ostacolo durante l'allenamento.


Assistiamo anche a litigi furiosi tra ragazzi (tra i quali uno in cui Ender per poco non ammazza un suo commilitone, Bonzo) degni del peggior bullismo scolastico che imperversa negli ultimi tempi un po' ovunque. 
Ma a Harrison Ford tutto, anche questi parapiglia, sembra essere parte naturale dell'addestramento. 
Ender in realtà soffre, anche senza darlo a vedere. Il suo legame alla famiglia, in particolare alla sorella Valentine, è spezzato dal volere di Graff, che gli vieta persino di scrivere, sempre e solo perchè lo ritiene un fattore di debolezza. 
Non mancano i colpi di scena, soprattutto nel finale, anche se, proprio l'ultima scena. è marcatamente buonista e anche un po' scontata a ben vedere (non rivelo perchè e per come, per non rovinare la visione a chi non l'avesse ancora visto). Tuttavia il film ha una buona struttura narrativa e si lascia guardare senza annoiare lo spettatore. Il protagonista, Ender, ricorda molto il super genio nerd Sheldon Cooper di "The Big Bang Theory", sia fisicamente che caratterialmente (ovviamente è rappresentato molto più drammaticamente rispetto al geek della fortunata serie TV) e Asa Butterfield (già visto in "Hugo Cabret" e "Il bambino con il pigiama a righe") l'ho trovato molto adatto e aderente a questo ruolo.


Harrison Ford, invece, l'ho visto un po' sottotono ma ugualmente apprezzabile nel ruolo del colonnello senza scrupoli, e Ben Kingsley, sebbene molto bravo, mi è sembrato un elemento di cornice della storia. Entra in scena troppo tardi e non dà quella spinta energica che mi aspettavo dal suo personaggio.
Alcuni dialoghi sono un po' da anime mecha, come quelli in cui, durante la battaglia, Ender impartisce ordini alla "ciurma". Ma li ho trovati un po' troppo infantili, così come i rapporti che si vengono a creare tra "commilitoni". Tuttavia, sottolineando il fatto che Ender's Game rimane un prodotto per adolescenti e gli stessi ne siano i protagonisti, trovo giusto che questi fattori siano presenti nel film. 
Ottimi gli effetti speciali e apprezzabili le ambientazioni "futuristiche", che fanno il verso a film come "2001: Odissea nello Spazio" e "Star Trek", anche se penso che più che "imitazione" siano da intendersi come "omaggio". Ender's Game potrebbe dare luogo ad un'altra (ennesima) saga cinematografica che farebbe compagnia i vari Harry Potter, Percy Jackson e Twilight. 



domenica 3 novembre 2013

BEFORE SUNRISE (PRIMA DELL'ALBA) E BEFORE SUNSET (PRIMA DEL TRAMONTO)



Titoli originali: Before Sunrise e Before Sunset;
Anno: 1995 e 2004;
Paese: USA/Austria/Francia;
Durata: 100 min/80 min
Regia: Richard Linklater;
Protagonisti: Ethan Hawke/Jesse; Julie Delpy/Celine
Voto globale: 7/10


Trama di Before Sunrise: Jesse, durante una sfortunata vacanza europea, conosce in treno Celine, una ragazza francese di ritorno da Budapest, dove vive la nonna. Lui deve prendere un Aereo a Vienna, lei deve tornare a Parigi e dovrebbe continuare. Ma dopo una lunga conversazione la convince a scendere con lui a Vienna per passare la giornata (e la notte) insieme.

Trama di Before Sunset: Jesse è diventato uno scrittore di successo e si trova a Parigi per l'ultima tappa del tour promozionale del suo libro. Durante la presentazione in una libreria riincontra Celine, la stessa Celine di nove anni prima. Jesse deve prendere l'aereo che lo riporta a casa la sera stessa, e decide di trascorrere il tempo che lo separa dalla partenza (poche ore) con Celine.

In questi giorni è uscito "Before Midnight", terzo capitolo della storia che lega Jesse e Celine, iniziata nel lontano 1995, durata un giorno, e riiniziata nel 2004, lasciata in sospeso, forse volutamente, dal regista David Linklater (School of Rock). Mi sono dunque imposto di recuperare i due precedenti capitoli e ne sono rimasto piacevolmente colpito. Di solito questi polpettoni romantici mi fanno storcere un po' il naso perchè non sono esattamente il mio genere di film preferito. Ma in questo caso ho superato i tentennamenti iniziali e mi sono gustato i due film rimanendone pienamente soddisfatto. Due film completamente "parlati", fatti di interminabili dialoghi tra i due protagonisti, prima in treno, poi per le strade di Vienna (Before Sunrise) e di Parigi (Before Sunset), in cui si scambiano idee, opinioni e battute scherzose sui più disparati argomenti, tra i quali la vita di coppia, le proprie passioni, paure e ossessioni. Nel primo abbiamo davanti a noi due ventenni più o meno spensierati, senza problemi, che fantasticano su come sarà la propria vita. Nel secondo invece abbiamo due trentenni (Jessie, scrittore, sposato con un figlio e Celine, volontaria ambientalista con un fidanzato reporter di guerra sempre in giro)  che la loro vita, volenti o nolenti l'hanno trovata, e fantasticano su come sarebbe stata se la promessa che si erano scambiati 9 anni prima a Vienna, rimbecilliti dall'amore scoccato in un solo giorno, fosse stata mantenuta. Quindi il primo film potremmo definirlo un film sull'immaturità e i suoi pregi e difetti, il secondo sui rimpianti e sui pentimenti che spesso la maturità porta con sè. La differenza sta principalmente qui, perchè dal punto di vista prettamente tecnico le due pellicole sono identiche, scenari cittadini a parte. Lunghissimi, ma piacevoli, dialoghi e altrettanto lunghi piani sequenza con, sullo sfondo, due delle più belle città europee, Vienna e Parigi, per l'appunto. Si ha come l'impressione di stare guardando due documentari su due distinte generazioni: ventenni degli anni 90 e trentenni degli anni 2000. Chi non ha mai discusso con qualcuno di come dovrebbe essere la vita perfetta, o di cosa vorrebbe che la vita gli regalasse? Quante discussioni ognuno di noi ha affrontato sull'amore, sulle donne o sugli uomini ideali, sul lavoro, sul perchè certe cose capitino o non capitino? C'è molto di ognuno di noi in Jesse e Celine, ed è questo ci permette di stare incollati alla poltrona a vedere come va a finire la storia nei primi due capitoli, e ci rende ancora più curiosi per il terzo. 
Due (tre, spero) film consigliatissimi, anche a chi, come me, non ama particolarmente il genere sentimentale.

venerdì 1 novembre 2013

OH BOY - UN CAFFE' A BERLINO




Titolo originale: Oh boy;
Anno: 2012;
Paese: Germania;
Durata: 85 min;
Regia/Sceneggiatura: Jan Ole Gerster;
Protagonisti: Tom Schilling/Niko Fisher; Friederike Kempter/Julika Hoffmann; Mark Hosemann/Maltze;
Voto: 6-.


Trama: un giovane berlinese passa le giornate a riflettere sulla sua vita e sulla vita di chi gli si para davanti, avendo egli lasciato gli studi in giurisprudenza da ormai due anni e vivendo ale spalle del padre che, ignaro, gli passa un mensile di mille euro, fino al giorno in cui non scopre tutto e gli taglia i viveri. 
Un film che ci fa vivere una giornata a Berlino in compagnia di Niko, che della sua vita non sa che fare. Ex studente, appena uscito da una relazione, disoccupato, lo vediamo alle prese con gente strana, molto strana. A cominciare dallo psicologo che gli nega la restituzione della patente, sequestratagli per guida in stato d'ebbrezza, per continuare con il suo amico Maltze, che parla per citazioni cinematografiche, passando per la sua ex compagna di scuola diventata un'attrice di teatro off, che Niko ricordava obesa, e che ora ha il fisico da modella, ma una mente danneggiata dall'infanzia infelice.


Aggiungiamoci due falsi controllori ferroviari che tentano di estorcergli denaro, una commessa di una caffetteria che lo scambia per un barbone, e un vecchio ubriacone che lo avvicina in un bar e gli racconta la storia della sua vita, prima di morire, lì, proprio davanti al bar. Sullo sfondo di questa strana pellicola abbiamo una Berlino in bianco e nero, molto d'essai, ipertrafficata, caotica, ma allo stesso tempo silenziosa e triste. Come il protagonista, che si lascia travolgere dalle vicende umane delle persone che incontra, senza opporre alcuna resistenza, come un libro dalle pagine ancora bianche su cui vengono scritte le loro storie e che poi egli stesso conserverà nella sua personale biblioteca. Un film che si lascia guardare, se non altro perchè ogni volta che Niko incontra qualcuno, gli corre incontro anche la sfiga. Prima la carta di credito mangiata, poi il naso rotto in una colluttazione innescata dalla lingua lunga della sua ex compagna di classe ex obesa, poi il vecchio che gli muore davanti. Sfigatissimo. Ma il nostro non fa una piega. E allora si fa un caffè per digerire il tutto.