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giovedì 16 novembre 2017

JUSTICE LEAGUE (2017) DI ZACK SNYDER [NO SPOILER]


Finalmente abbiamo visto in anteprima Justice League, dopo circa un anno e mezzo di rumors, pettegolezzi, falsi scoop e notizie tragiche che hanno dato vita ad un cambio di regia in corsa tra Zack Snyder, che ha abbandonato il progetto dopo il suicidio della figlia, e Joss Whedon, al quale la Warner/DC ha affidato i re-shoot per il completamento della pellicola, accreditandolo, però, semplicemente come co-sceneggiatore.


Dopo l'ultimo film appartenente al DC Extended Universe, Wonder Woman, ottimo Stand Alone nonché campione d'incassi assoluto per quanto riguarda il genere Action-cinecomics nel 2017, l'ottimismo nei confronti del Multiverso cinefumettistico di casa Warner Bros era salito a livelli mai visti perché persino i suoi detrattori si erano spinti addirittura a riconoscere che fosse un buon film e che forse la strada giusta per creare un degno competitor al colosso Disney-Marvel Studios era stata intrapresa. Ma subito dopo, come accennato sopra, il cambio in corsa di regia (e, forse, anche di stile, argomento che affronteremo a breve) lasciava presagire l'ennesimo tonfo (o flop, chiamatelo come volete) per la compagnia della famosa Water Tower di Los Angeles.


In realtà da queste parti, come ben saprete, l'ultima prova registica di Zack Snyder, ovvero il bistrattatissimo Batman V Superman - Dawn of Justice (Ultimate Edition) era stato oltremodo apprezzato, attirando l'ironia di colleghi blogger e seguaci social, ma anche ottenendo la solidarietà di coloro i quali avevano apprezzato anch'essi le vicende della Trinità narrate in quella pellicola. Anzi, a far paura non era tanto l'operato di Zack Snyder, bensì il lavoro aggiuntivo di un regista che abbiamo imparato a conoscere grazie, neanche a farlo apposta, ai film sugli Avengers, i supereroi di casa Disney Marvel, ovvero Joss Whedon, un filmamker dallo stile forse un po' troppo macchiettistico per i canoni DC Warner. Ma tant'è, il film è stato portato a termine ed ora lo analizzeremo.


Doverosa premessa: si darà per scontato che chi vedrà Justice League avrà già visto anche i precedenti capitoli del DCEU, Batman V Superman in primis. 
La trama, per cominciare, ma senza alcun elemento spoiler:
Dopo la morte di Superman, avvenuta per mano del mostro metà umano e metà Kriptoniano Doomsday, creato dal malvagio Lex Luthor, i tempi sembrano non presagire nulla di buono per il pianeta Terra. Oscure minacce mettono in serio pericolo il futuro dell'Umanità e Bruce Wayne (Ben Affleck), insieme a Diana Prince (Gal Gadot), ha deciso di formare una squadra di individui con abilità fuori dall'ordinario per rispedire al mittente tali pericoli. Sulla loro strada, gli alter ego di Batman e Wonder Woman trovano Barry Allen/Flash (Ezra Miller), un giovane chimico che, colpito dalla scarica di un fulmine durante dei test su alcune sostanze, sviluppa una velocità incredibile, Victor Stone/Cyborg (Ray Fisher), un ex studente e campione di Football Americano, trasformato in un androide dal padre in seguito ad un esperimento andato male, che sviluppa un'eccezionale capacità cognitiva oltre che una super forza fisica e altre abilità motorie, date dai suoi congegni cybertronici, e, infine, spingendosi fino all'estremo nord del mondo, Arthur Curry/Aquaman (Jason Momoa) che vive in una comunità di pescatori, in incognito, ma che in realtà è il Re di Atlantide, abilissimo nelle attività sottomarine e nel controllo della forza delle acque degli oceani.


Il male si presenta sotto forma di un mostruoso personaggio di nome Steppenwolf, proveniente dal pianeta Apocolyps, imparentato con il ben più temibile Darkseid, che vuole reimpossessarsi delle tre Scatole Madri (fonti inesauribili di potere su qualsiasi cosa) rubategli in passato e custodite rispettivamente a Themyshira, Terra natia di Diana Prince, Atlantide, regno di Aquaman e Mera (Amber Heard) e sulla Terra.


Durante le sue due ore (per l'esattezza 121 minuti) Justice League non ha mai cali di ritmo, momenti confusionari, buchi di trama (fatto salvo qualche piccolo inconveniente di montaggio dovuto al taglia e cuci della post produzione, ma poca roba, tutto sommato); la storia è molto semplice e lineare e si parte da un punto A, si passa da B e si arriva a C senza che ci si chieda mai "Ma come?", "Ma perché?" e "Ma cosa?". I personaggi sono molto ben caratterizzati, nonostante né The Flash, né AquamanCyborg abbiano ancora goduto di un film Stand Alone e nonostante le due ore di durata non permettessero di soffermarsi troppo sulle loro storie personali. E questo è un pregio, quindi bene così. Soprattutto Flash e Cyborg sono sembrati (a chi scrive e a chi con lui ha visto il film) i personaggi più riusciti. In particolare su Flash verte tutta, o quasi tutta, la vena comica del film senza apparire mai pesante o disturbante. I cattivi presagi sulla CGI dovuti ai trailer pubblicati sono svaniti subito, soprattutto per quanto riguarda la realizzazione grafica di Cyborg che, forse, era il personaggio che destava le maggiori preoccupazioni nei fan e nel pubblico in generale. Certamente, ogni tanto, qualche sfondo e qualche dettaglio sono sembrati realizzati in maniera grossolana, ma niente che abbia creato eccessivo scandalo agli occhi degli spettatori.


Il film regala momenti di puro divertimento alternati ad altri di pura azione con scene girate megistralmente (sia da Snyder che da Whedon) in cui Batman (massiccio e incazzato al punto giusto) e Wonder Woman (tanto aggraziata quanto feroce nei combattimenti) si rivelano assoluti e potentissimi protagonisti e padroni della scena, nonché assoluti plasmatori della riuscitissima chimica di squadra che unisce i supereroi coinvolti. 
Per quanto riguarda il dualismo Snyder/Whedon, il fatto che sia un film ibrido si nota quasi sin da subito. L'estrema cupezza di alcune scene viene mitigata dalla luminosità e dai colori vivaci di altre, evidentemente girate durante i reshoot, ma tutto ciò non crea un'evidente spaccatura in due del film ma, più che altro, un'alternanza di stili. Il che non è per forza un male, ma di sicuro rende impersonale e un po' anonima la struttura del film, senza però intaccarne la carica emotiva o il suo essere avvincente fino alla fine. Sinceramente, la mano di Whedon è molto evidente, soprattutto dal punto di vista dei colori e dello script, alleggerito da  diversi siparietti comici che però non risultano mai eccessivi o sproporzionati rispetto al contesto come invece abbiamo potuto vedere in altri cinecomics come il recente Thor - Ragnarok o lo stesso The Avengers, sempre da Whedon diretto.


Per gli amanti dello Snyder Style, forse, potrebbe risultare molto simile ad un insulto questo Mash-Up di generi e stili diversi, ma se ciò serve a lenire le polemiche sul fatto che "I film DC sono troppo dark" o "I film DC si prendono troppo sul serio" o "Snyder non è un regista capace", ben venga il cambio di rotta affrontato dai vertici Warner e, per certi versi, imposto ai registi che verranno, con la speranza che le voci secondo cui Zack Snyder non dirigerà mai più cinecomics in ambito DCEU si rivelino infondate.


Per quanto riguarda la colonna sonora, infine, abbiamo trovato azzeccatissima la scelta di Danny Elfman che ci ha letteralmente messo i brividi in occasione del recupero del tema originale del Batman Burtoniano, specialmente in accompagnamento alla scena introduttiva in cui vediamo il Cavaliere Oscuro impegnato nel fronteggiare un Parademone, una delle mostruose creature che accompagnano la venuta di Steppenwolf sul Pianeta Terra. Inoltre le canzoni originali inserite, come Everybody Knows cantata da Sigrid, Icky Thump dei White Stripes e Come Together, nella versione di Gary Clark & Junkie XL, donano quel tocco Rock alla pellicola che in molti apprezzeranno. Non aggiungiamo altro per quanto riguarda il comparto musicale del film, ma sappiate solo che ad un certo punto urlerete, letteralmente.


In conclusione Justice League si può legittimamente considerare un film estremamente riuscito, che intrattiene e potrebbe rivelarsi un degno rilancio del DCEU, non solo in vista dei prossimi All-In, ma anche dei previsti film Stand Alone sui personaggi introdotti in esso e non. 
Decisamente promosso.
Il film è in programmazione nei cinema italiani dalla giornata odierna, 16 novembre 2017.
Voto: 8,5
Luca Cardarelli



Non uscite dalla sala prima dei titoli di coda perché ci sono ben due scene post credit, di cui una estremamente interessante per ciò che riguarda il prosieguo del franchise. 
Buon divertimento. 





mercoledì 18 ottobre 2017

IT (2017) DI ANDRÉS MUSCHIETTI [NO SPOILER]


Non tutti i remake (o reboot o revival, chiamateli come vi pare) vengono per nuocere. Soprattutto quelli che si rifanno a prodotti televisivi di scarsa qualità come la miniserie "IT" del 1990, diretta da Tommy Lee Wallace, tratta dall'omonimo romanzo nato dalla penna del Re della letteratura Thriller-HorrorStephen King, e inspiegabilmente divenuta con gli anni un vero e proprio cult che, notiamo in questi giorni avere molti più strenui difensori di quanti in realtà ne meriterebbe, visto il livello veramente infimo del prodotto, di cui sentiamo di salvare solo il protagonista, il malefico e sanguinario clown Pennywise, ai tempi interpretato da Tim Curry.


Ventisette anni dopo, quasi a citare la ciclicità delle apparizioni del malvagio Clown amante dei palloncini in quel di Derry - Maine, l'argentino Andrés Muschietti porta IT al cinema per la prima volta dalla pubblicazione del romanzo, per rinverdire la memoria di coloro che ebbero a che fare con la suddetta miniserie e per proporre alle nuove generazioni la sua versione dei fatti che poi, alla fine, non si discosta nemmeno così tanto da quella narrata nello sceneggiato anni '90.


La trama, in poche parole: nel 1988 la cittadina americana di Derry, nel Maine, viene funestata da un'entità misteriosa che si accanisce sui bambini facendoli sparire letteralmente nel nulla. Dei ragazzi autodefinitisi Il club dei perdenti, ovvero Beverly (Sophia Lillis), Richie (Finn Wolfhard), Bill (Jaeden Lieberher), Eddie (Jack Dylan Grazer), Stan (Wyatt Oleff), Mike (Chosen Jacobs) e Ben (Jeremy Ray Taylor), sette amici che hanno in comune esistenze abbastanza tormentate sia sul fronte familiare che su quello pubblico, decidono di affrontare insieme e sconfiggere questa entità, che appare loro nelle vesti del clown Pennywise (Bill Skarsgård) e che scopriranno essere la causa della scomparsa di Georgie (Jackson Robert Scott), il fratellino di Bill.


Sebbene il romanzo scritto da Stephen King sia un vastissimo insieme di trame e sottotrame, la trasposizione cinematografica attuata da Muschietti, così come l'omonima miniserie TV anni '90, percorre una storyline senza particolari diramazioni narrative, concentrandosi quasi esclusivamente sulla lotta tra i sette ragazzi (abbastanza ben caratterizzati, chi più chi meno) e il malefico Clown.


Ciò in cui però differiscono i due prodotti, è lo stile narrativo: il TV Show puntava molto di più sull'inquietudine provocata dal Pennywise/Tim Curry, mentre la trasposizione cinematografica allarga i propri orizzonti e può essere considerata Horror (a forti tinte splatter) a tutto tondo, con un altissimo tasso di Gore, portato da scene abbastanza raccapriccianti (da mani sugli occhi) e condite alla perfezione da numerosi Jumpscare. Inoltre il Pennywise odierno inquieta, se possibile, ancora di più di quello anni '90, risultando anche più feroce e sanguinario del suo omologo televisivo.
Non mancano tuttavia momenti distensivi in cui assistiamo a veri e propri siparietti comici infarciti di battute strapparisate (in questo senso il personaggio di Richie è una vera e propria miniera) atte a far riposare la mente e il corpo dopo scene nelle quali la tensione e la strizza si tagliano letteralmente con il coltello.


Dati i tempi che corrono, il film cavalca l'onda dell'effetto nostalgia, senza mai però risultare stucchevole. Numerose sono le citazioni anni '80, cinematografiche e non, e pare proprio che Muschietti, nel girare IT, abbia decisamente e grandemente tratto ispirazione da quei fenomeni cult che rispondono ai titoli di Stand by me (altra trasposizione cinematografica di un racconto Kinghiano, The Body), Goonies, E.T. nella stessa maniera in cui i Duffer Brothers hanno fatto girando per Netflix la serie Stranger Things, divenuta già cult a nemmeno un anno dalla sua apparizione. Se pensiamo inoltre che Richie, uno dei componenti del Club dei perdenti, è interpretato dallo stesso Finn Wolfhard presente anche nel cast della suddetta serie, l'accostamento risulta ancora più automatico.


Ma l'effetto nostalgia non è l'unico punto di forza di questo nuovo IT. La regia e gli effetti visivi sono elementi che impreziosiscono l'opera del regista argentino a dispetto di un budget alquanto esiguo a disposizione, tanto da fare sembrare ancora più incredibili gli incassi che la pellicola sta registrando in giro per il mondo. Infine il cast, composto quasi esclusivamente da ragazzi che appaiono molto più in parte dei loro predecessori, con particolare riferimento alla bravissima (e anche carina) Sophia Lillis e al più volte citato Finn Wolfhard. Senza ovviamente tralasciare Bill Skarsgård, di cui abbiamo già tessuto le lodi in precedenza.
Ovviamente non anticipiamo nulla delle scene topiche del film, che arriverà nelle sale italiane il 19 ottobre con il rating V.M. 14 (ma qualcuno avrebbe voluto addirittura il V.M. 18, e non ci sentiamo di dargli torto), ma state sicuri che uscirete dal cinema alquanto sconvolti e, alla fine, galleggerete tutti.
Appuntamento al 2019 con la seconda parte, presumibilmente ambientata ai giorni nostri.
Voto: 9. Un film da paura che rende finalmente giustizia al capolavoro letterario da cui è tratto.
Luca Cardarelli







    

lunedì 16 ottobre 2017

USCITE HOME VIDEO UNIVERSAL NOVEMBRE 2017: SPIDER-MAN HOMECOMING, LA TORRE NERA E MOLTO ALTRO.

A novembre, grande cinema e grandi serie TV per quanto riguarda l'Home Video targato Universal e Sony:
finalmente, avremo la possibilità di rivedere, nei tre formati DVD, Bluray e 4k Ultra HD, film come SPIDER-MAN HOMECOMING, primo film dell'Uomo Ragno prodotto da Sony e Marvel Studios,  disponibile anche in Bluray 3d, e LA TORRE NERA, trasposizione non convenzionale del ciclo di racconti del Re della Letteratura Thriller-Horror, Stephen King, con protagonisti Matthew McConaughey e Idris Elba.



Oltre a questi, che potremmo definire i titoli di punta dell'offerta Universal, avremo altri titoli come IL CULTO DI CHUCKY, in DVD, settimo capitolo della saga della Bambola Assassina,


La commedia demenziale CRAZY NIGHT - FESTA COL MORTO con Scarlett Joahnsson e Zoe Kravitz, in versione DVD e Bluray, 


Inoltre, tra i cofanetti delle serie TV, si segnalano vere e proprie chicche come le storiche BEWITCHED - VITA DA STREGA, A-TEAM e STURSKY & HUTCH. Tra le serie di Fantascienza, invece, DEAD ZONE (ancora Stephen King protagonista) e BATTLESTAR GALACTICA (BOXSET STAGIONI 1-4).




E per finire in bellezza, un altro cofanetto che farà brillare gli occhi dei più nostalgici in fatto di serie TV: HAPPY DAYS - BOXSET STAGIONI 1-4.


Per i più piccoli, invece, a novembre uscirà l'edizione home video di PAW PATROL - I CUCCIOLI SALVANO IL NATALE, disponibile in DVD, così come PEPPA PIG - IL CIRCO DI PEPPA e I RACCONTI DEI TEENAGE MUTANT NINJA TURTLES - RICERCATI: BEBOP E ROCKSTEADY




Questi titoli e molti altri ancora saranno sugli scaffali dei negozi a partire dal 15 novembre 2017.  Maggiori informazioni in merito saranno reperibili sul sito Universalpictures.it.

Luca Cardarelli

mercoledì 4 ottobre 2017

BLADE RUNNER 2049 (2017) DI DENIS VILLENEUVE [NO SPOILER]


Blade Runner del 1982 di Ridley Scott (versione Final Cut) terminava con l'agente Deckard e la sua amata replicante, o lavoro in pelleRachael (nell'anno di ambientazione 2019) che svanivano dietro le porte scorrevoli di un ascensore e la meravigliosa End Titles di Vangelis che ogni volta che la sentiamo subiamo scariche di brividi come non ci fosse un domani. 
Trentacinque anni dopo, Blade Runner ritorna, diretto da quello che negli ultimi tempi si è rivelato come uno dei migliori registi in circolazione, ovvero Denis Villeneuve


Nella cupa e nevosa Los Angeles siamo nel 2049, Deckard è sparito non si sa dove, i replicanti sono, grazie al progresso di trent'anni, ancora più evoluti, e la Polizia continua la sua opera di "ritiro" grazie agli agenti speciali Blade Runner, uno dei quali è K (Ryan Gosling), per gli amici Joe
K scopre qualcosa che potrebbe sconvolgere (in qualsiasi senso) il mondo e quindi viene incaricato di risolvere drasticamente il problema dal Tenente Yoshi (Robin Wright). Si è già scritto troppo della trama e quindi fermiamoci qui perché qualsiasi altro dettaglio si trasformerebbe in spoiler. 


L'attesa era tanta, inutile negarlo. La paura che Blade Runner 2049 rappresentasse un passo falso nella luminosa carriera di Denis Villeneuve, invece, era poca, ma c'era anch'essa. Possiamo già anticiparvi che potete stare tranquilli: il film è, oggettivamente (e sfidiamo chiunque a sostenere il contrario), bello. Anzi meraviglioso, stupendo, esaltante, almeno dal punto di vista tecnico. Tutto funziona perfettamente, dalle scenografie fantasmagoriche alle luci e i colori penetranti, dal sonoro strabiliante alla magnifica fotografia, fino ad arrivare alla regia grazie alla quale il regista canadese meriterebbe l'appellativo di Maestro. Roba da brividi, ma che diciamo, da Sindrome di Stendhal.  
Villeneuve bilancia bene il tanto abusato, in questi ultimi tempi, effetto nostalgia, citando Scott il giusto, introducendo anche nuovi dettagli tecnologici e spunti narrativi (alcuni anche piccanti) sicuramente apprezzabili. Anche la colonna sonora curata da Hans Zimmer, Johann Johannson e Bejamin Wallfisch è eccezionale, inferiore a quella di Vangelis, ma sicuramente sopra la media attuale. 


Ryan Gosling è il protagonista assoluto del film, essendo presente in quasi tutte le scene, ma, altra cosa apprezzabile, ci sono personaggi che, pur comparendo sulla scena per meno di dieci minuti a testa, risultano fondamentali per la costruzione della trama, come Sapper Morton (Dave Bautista) e Neander Wallace (Jared Leto). Poi c'è un Harrison Ford in grande forma e utilizzato molto meglio qui da Villeneuve che in Star Wars - Force Awakens da J. J. Abrams, sebbene la sensazione che ormai reciti sempre lo stesso ruolo è stata comunque abbastanza forte, vedendolo entrare in scena.


Ma ci sono due cosine due che non permettono, almeno da queste parti, di urlare al capolavoro supremo, come invece stiamo leggendo nelle numerose altre recensioni (italiane e non) apparse in questi giorni su social e sul web in generale: innanzitutto la storia principale che si dipana nelle due ore e quarantacinque di pellicola appare un po' troppo scontata. Forse era lecito aspettarsi qualcosa di diverso, e di un po' più originale, soprattutto se si parte dal presupposto che un noir su base distopica e fantascientifica, per di più un sequel come Blade Runner 2049, avrebbe a disposizione infinite piste narrative percorribili dagli sceneggiatori e dallo stesso regista. 


Il secondo appunto, forse più personale che oggettivo, è la freddezza che pervade il prodotto finito. Chiariamo una cosa: tutti conosciamo Villeneuve, e sappiamo che quello è un ingrediente preponderante della sua cinematografia. Ma forse l'estrema perfezione del comparto tecnico tracima anche in quello emotivo, e alla fine il film, seppur apprezzabile e, ripetiamo, bellissimo (uno dei migliori dell'anno, nonostante tutto) non coinvolge, non prende, non emoziona. Forse, a costo di sembrare eccessivamente pignoli, avrebbe dovuto essere un po' più sporco, imperfetto, come il suo irraggiungibile predecessore (irraggiungibile sia da questo che dalla quasi totalità delle pellicole di fantascienza uscite dal 1982 ad oggi) fu ai suoi tempi, e allora sì che il Capolavoro sarebbe stato servito. 
Il film uscirà in Italia giovedì 5 ottobre: si consiglia un ripasso della Final Cut Scottiana, con integrazione dei tre corti pubblicati per creare un collegamento trentennale  tra le due pellicole. 
Voto: 8 (media tra il 10 al comparto tecnico/estetico il 6 a quello narrativo). Denis Villeneuve non fa il miracolo tanto sbandierato, ci si avvicina solamente, pur dirigendo un film che non può e non deve essere considerato "uno dei tanti". 
Il problema è semmai che il Blade Runner di Ridley Scott è assolutamente inavvicinabile.
Luca Cardarelli





mercoledì 20 settembre 2017

LEATHERFACE (2017) DI ALEXANDRE BUSTILLO E JULIEN MAURY [NO SPOILER]

Questa doveva essere una recensione "in anteprima"ma, per svariate vicissitudini, riesco a scriverla solo oggi, con il film in questione già in sala da una settimana. Scusate il ritardo.


Quando ormai si pensava che fosse stata spremuta anche l'ultima goccia di succo da quell'enorme limone rappresentato da The Texas Chain Saw Massacre (sei episodi "ufficiali", uno "spurio" prima di questo), saga ideata dal compianto Tobe Hooper che curò la regia dei primi due episodi,  ecco il duo francese composto da Alexandre Bustillo e Julien Maury, conosciuti per il trittico horror composto dalle pellicole A l'intérieur (2007), Livide (2011) e Aux youx des vivants (2014), decidono di allungare la serie di film dedicati al personaggio conosciuto in Italia con il nome di Faccia di Cuoio, con quello di Leatherface nel resto del mondo. Partendo dal soggetto di Tobe Hooper, con una sceneggiatura affidata a Seth M. Sherwood (London has fallen - Attacco al Potere 2), i due registi francesi danno vita ad un origin movie a forti tinte Pulp con un'impronta da road movie ed un numero impressionante di sequenze raccapriccianti nelle quali la fanno da padrone sangue, violenza, spesso gratuita e, addirittura, necrofilia


Entrando nei particolari, ma tenendoci sempre a distanza di sicurezza dai tanto temuti spoiler, si analizzano l'infanzia e l'adolescenza  di Jedidiah "Jed" Sawyer, divisa tra la convivenza in una famiglia di pazzi assassini capeggiata dalla madre Verna (Lili Taylor), in perenne guerra con Hal Harman (Stephen Dorff), un ranger locale al quale i Sawyer avevano ucciso la figlia Betty nel 1955, e la permanenza in un ospedale psichiatrico per giovani strappati a famiglie malvagie, dalla quale fuggirà, nel 1965, in seguito ad una rivolta. Protagonisti della fuga saranno Clarice (Jessica Madsen), Jackson (Sam Strike), Bud (Sam Coleman), la dottoressa presa in ostaggio Lizzy (Vanessa Grasse) e Ike (James Bloor). Tra loro si nasconde il futuro Leatherface. Chi sarà? (non andate sulla sciagurata pagina di Wikipedia, mi raccomando). 


Onestamente, prima di assistere alla proiezione, le aspettative nei confronti di Leatherface non erano troppo alte forse, anche, per colpa della valanga di remake, prequel, sequel da cui siamo stati travolti negli ultimi anni e di cui i film da salvare si contano sulle dita di una mano. Ma mi sono dovuto ricredere in quanto questo prequel concentra in sé tutti gli elementi essenziali per la buona riuscita di un film horror che trova la sua esatta collocazione nel sottogenere Slasher, colmo fino all'orlo di citazioni  e omaggi a Oliver Stone (Natural Born Killers) a Quentin Tarantino (Pulp Fiction), per non parlare di quelle interne alla saga, presenti in un numero spropositato, e non tralasciando uno stile registico che ricorda il primo Rob Zombie


Inoltre ha stupito un po' tutti venire a sapere che il film è stato girato, in esterni, in Bulgaria comprese le scene nel diner, locale riprodotto fedelmente in loco secondo lo stile dell'epoca (anni '60). Leggendo le note di produzione si intuisce facilmente che gli addetti ai lavori abbiano preso d'assalto mercatini vintage di mezzo mondo prima dell'inizio delle riprese del film. Niente è lasciato al caso: è tutta roba autentica, dalle automobili alle macchinette del caffè. Puro Vintage Americano


Gli amanti del genere godranno a più non posso saggiando l'elevatissimo tasso di sadismo presente in questa pellicola, nella quale non viene risparmiato nessun dettaglio. Squartamenti, mutilazioni e torture sono presenti in tutte le loro fasi, non lasciando nulla all'immaginazione. Leatherface è un film in cui il personaggio più sano ha la lebbra, un film nel quale l'umanità non trova assolutamente rifugio, un film malato, sanguinoso, brutale. E a noi piace così. 
La saga di Faccia di cuoio ha trovato il suo vero, grande inizio
Voto: 9, da vedere assolutamente.
Luca Cardarelli


lunedì 18 settembre 2017

VALERIAN E LA CITTÀ DEI MILLE PIANETI (2017) DI LUC BESSON



Luc Besson ritorna con un film a metà tra il fantasy e il fantascientifico dopo aver sbancato al box office nel 2014 con Lucy. Stavolta il cineasta francese traspone su pellicola Valerian e Laureline, serie a fumetti pubblicata a cavallo tra anni '60 e '70 dal duo formato da Pierre Christin e Jean Claude Mézières,  ribattezzandola Valerian e la Città dei mille pianeti
Ventottesimo secolo: Valerian (Dan Dehaan) e Laureline (Cara Delevingne) sono due agenti speciali incaricati di mantenere l'ordine dell'Universo. Il Ministro della difesa (Herbie Hancock) affida loro una missione nella città di Alpha, megalopoli planetaria nella quale convivono molteplici specie provenienti da ogni angolo dell'universo. Obiettivo dei due Agenti è quello di scovare e sconfiggere in una disperata corsa contro il tempo una misteriosa forza oscura che minaccia la pace e la stessa esistenza di Alpha
Ero molto curioso di vedere questa nuova avventura di Luc besson, regista che apprezzo sin dai tempi di Nikita, Lèon e Il Quinto Elemento. Ho avuto l'occasione di vederlo in anteprima per la stampa, in versione originale e in 3D (vedere i film in 3D con i sottotitoli è quanto di più infelice possa accadere in una sala cinematografica).


Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un ritorno prepotente della cultura pop anni '70 e '80 la quale ha impregnato musica, televisione e cinema come non era mai successo con nessuna delle tendenze antecedenti credute morte e sepolte. Anche Luc Besson non si è sottratto a questo trend e ci propone un film che mescola in sé una vasta gamma di correnti e di generi, condensandoli pesantemente e sparandoli negli occhi di noi spettatori in maniera niente affatto moderata. Il che potrebbe essere un bene. Non a caso i maggiori successi degli ultimi anni, per quanto riguarda Cinema e Serie TV hanno fatto la stessa identica cosa. Basti pensare a I Guardiani della Galassia e Stranger Things, per citarne due a caso. Il problema è che Valerian e la Città dei mille pianeti non ha niente di innovativo, al contrario dei due prodotti citati. É un film che nasce già vecchio, già visto, già ampiamente superato.


Va bene il citazionismo (chi scrive ama questo elemento applicato a film di ogni genere), ma di film che riprendono quel filone cinematografico che parte da Star Wars passa per Blade Runner e arriva al recente Avatar, sia per temi trattati che per le ambientazioni, ne abbiamo visti già fin troppi. Ma non è questo l'unico fattore che fa propendere per giudicare in maniera negativa il film.
Innanzitutto la prima ora e mezza, a causa di una sceneggiatura raffazzonatissima, viene impiegata per definire, in maniera molto confusionaria, la missione dei protagonisti, tant'è che molti in sala si guardavano tra loro con espressioni di smarrimento. Andando avanti nella visione, a parte qualche suggestiva scena (in CGI), qualche battutina da risata a denti stretti e scene d'azione tra le meno coinvolgenti di sempre, il film scorre molto a fatica verso la fine.
Soprattutto, non si è capito perché Luc Besson abbia deciso di sprecare così tanto tempo ad indirizzare i protagonisti verso il loro obiettivo. Il colpo di scena che avrebbe dovuto lasciare a bocca aperta tutti era in realtà ampiamente immaginabile sin dalle prime scene del film e il finale, anch'esso imprevedibile come la pioggia a Londra in autunno, si riduce ad uno spiegone di un quarto d'ora di cui tutti avrebbero fatto volentieri a meno, probabilmente anche i due protagonisti, porelli.



Infine, proprio la coppia formata da Dan Dehaan e Cara Delevingne appare stanca già dai primissimi minuti, come se i due non avessero voglia di recitare o lo facessero meccanicamente e i cameo di Rihanna e Ethan Hawke presentati come fondamentali e interessantissimi, non sono assolutamente nessuna delle due cose, soprattutto quello della Pop Star di Barbados. Vedere per credere, Signori. Persino la colonna sonora curata dal pluripremiato Alexandre Desplat non aggiunge nulla al valore del film, adattandosi perfettamente alla sua mediocrità.
Il fatto che molti abbiano giudicato il film "Visivamente" bello, non significa che sia bello anche nel suo complesso. É come se aprissimo una bellissima scatola che, con nostra massima delusione, scopriamo contenere nient'altro che  un regalo riciclato.


Quindi si può parlare di grossa delusione per quanto mi riguarda, e di enorme occasione sprecata (l'ennesima, se non guardiamo per una volta agli incassi al botteghino) per Luc Besson, che pare non azzeccarne più una da un po' di tempo a questa parte.
Il film uscirà nelle sale italiane il prossimo 21 settembre.
Voto: 5-- (però Cara Delevingne è bellissima, eh).
Luca Cardarelli


mercoledì 13 settembre 2017

BARRY SEAL - UNA STORIA AMERICANA (2017) DI DOUG LIMAN



In piena "pandemia" di film e serie tv su cartelli della droga, capi dei cartelli della droga e caccia ai capi dei cartelli della droga (il riferimento ai vari Narcos, El Chapo, Escobar, Loving Pablo e altri ancora è puramente voluto), sta per arrivare nelle sale italiane l'ennesima pellicola sulla lotta intrapresa, con metodi a dir poco bizzarri, dal Governo USA nei confronti del narcotraffico centro/sudamericano. Doug Liman, dopo The Bourne Identity, Mr. & Mrs. Smith e quel videogiocone The Edge of Tomorrow, con Barry Seal - Una storia americana (American Made il titolo originale), si tuffa in una Spy-Story a forti tinte action/comedy basata su avvenimenti realmente accaduti. Protagonista della vicenda è, come suggerisce il titolo, Barry Seal (Tom Cruise), ex pilota di linea della TWA col vizietto del contrabbando, assoldato dalla CIA per aerotrasportare e consegnare armi da parte del Governo USA a dei guerriglieri centroamericani, in seguito assunto da Pablo Escobar come pilota con il compito di far arrivare la cocaina in territorio USA e, infine, intercettato dalla DEA di cui diviene uno dei più importanti informatori e collaboratori degli anni '80.


Un triplo gioco che gli frutterà talmente tanti soldi da non sapere più dove nasconderli (inizierà infatti a seppellirli nei prati) ma che ovviamente lo esporrà a notevoli rischi sia per la sua vita che quella della sua famiglia, tenuta inizialmente all'oscuro di tutto. Le basi per un gran bel film c'erano tutte: la storia accattivante, un cast che vede oltre a quella di Tom Cruise anche la presenza di Domhnall Gleeson nei panni dell'Agente Governativo Monty Schafer e un regista con buoni, se non ottimi, spunti. Infatti la pellicola non annoia, anzi, è dotata di un bel ritmo sostenuto da un'affascinante colonna sonora anni '70-'80, da una fotografia coloratissima e un montaggio molto vivace ma... c'è un problema.


Qualcuno potrà giudicarlo grande e qualcun altro di poco conto, ma è sempre un problema: Barry Seal risulta in tutto e per tutto una fotocopia mal camuffata di pellicole come, ad esempio, Blow di Ted Demme e durante innumerevoli scene il pensiero "eppure tutto questo mi ricorda qualcosa" è stato molto frequente (addirittura ce n'è una che, se non fosse che in Blow recitava Johnny Depp e qui Tom Cruise, sembrava tagliata/incollata da un film all'altro). 
Non fosse stato per questo piccolo difettuccio del "già visto" Barry Seal avrebbe avuto tutti i crismi del "cult", ma è destinato ad entrare in quella già affollatissima stanza senza apparenti pareti chiamata "dimenticatoio".
Il film uscirà nei cinema italiani il 14 settembre 2017.
Voto: 6--
Luca Cardarelli